Oggi nel nostro almanacco romano ricordiamo il 21 luglio 1656.
ALESSANDRO VII indice un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro la peste.
L’epidemia era arrivata a Roma attraverso un marinaio napoletano
che aveva preso alloggio in un albergo di Montefiore, a Trastevere.
Su una cittadinanza di poco meno di 100.000 persone, i morti sono 14.473:
11.373 alla sinistra del Tevere e 1.600 a Trastevere.
Molti narratori dell’epoca si mostrarono seriamente preoccupati per
ciò che stava accadendo, la capitale era letteralmente in ginocchio.
INTERI QUARTIERI ROMANI ERANO IN ISOLAMENTO.
Mentre interi quartieri romani e numerose località venivano poste in isolamento in presenza di casi accertati di peste e, al contempo, si introduceva,
a carico di tutti i cittadini, l’obbligo di denuncia dei decessi e di
ogni sospetto di contagio, la Congregazione di Sanità predispose
un sistema di lazzaretti basato sulla rigida separazione dei ricoverati
in luoghi della città distinti, destinati rispettivamente al ricovero
dei malati, all’osservazione dei casi sospetti e alla convalescenza dei sopravvissuti.
L’obbiettivo era quello di procedere celermente all’isolamento e
al trasferimento degli infetti, con l’applicazione coatta della quarantena
a tutte le persone con le quali fossero venuti a contatto.
I controlli sul territorio, oltre a riguardare la quotidiana ricerca
ed type=’text/javascript’ identificazione degli ammalati, accertati e potenziali, nei diversi rioni,
si estesero anche alle abitazioni private, sigillate e “disinfettate”
se abitate da appestati, alle merci ed agli oggetti entrati in possesso o nelle disponibilità dei contagiati.
FURONO INASPRITE LE SANZIONI
In un’ottica di prevenzione generale negativa furono inasprite
le sanzioni comminate per la violazione delle disposizioni,
secondo una concezione della pena incentrata sulla funzione della deterrenza.
La Congregazione di Sanità, su mandato del Pontefice, intervenne
anche a regolamentare la vita religiosa della città introducendo
notevoli limitazioni.
Fu sospesa l’adorazione eucaristica comunitaria nel contesto
della celebrazione delle Quarantore e vennero vietate le processioni
e le prediche di piazza.
Inoltre, dato che, nonostante i divieti, i fedeli romani continuavano
ad affluire presso la chiesa di Santa Maria in Portico, ove si conservava l’icona della Beata Vergine del Portico, considerata protettrice della città dalle pestilenze,
la Congregazione, per impedire che l’affollamento potesse
rivelarsi occasione propizia per l’ulteriore diffusione del male,
dispose la chiusura della chiesa e della via sulla quale essa si affacciava.
ALLA FINE DELL’EPIDEMIA LA CITTA’ APPARIVA SPOPOLATA
Quando nell’agosto del 1657, dopo una recrudescenza del morbo
nei mesi precedenti, l’epidemia poté considerarsi definitivamente debellata,
papa Alessandro declinò la proposta, deliberata dal “senato e popolo romano”, di erigere una statua in suo onore quale salvatore della città, asserendo di «non volere altro simulacro che quello il quale i romani
gli conservassero ne’ loro cuori».
Adempiendo ad un precedente voto volle, invece, riedificare
ed ampliare la piccola chiesa di Santa Maria in Portico, affinché la miracolosa icona mariana fosse accolta in un tempio degno di
Colei che aveva interceduto per liberare Roma dalla pestilenza.
Alla fine dell’epidemia la città appariva quasi spopolata;
molte generazioni di intellettuali, politici, artisti, furono del tutto cancellate.
La città però riuscì a riprendersi quasi completamente già a fine secolo.