XX Secolo. L’invenzione più bella, la rassegna promossa da CSC – Cineteca Nazionale con il sostegno del Ministero della Cultura e in collaborazione con Circuito Cinema, in programma al cinema Quattro Fontane di Roma fino al 29 giugno, prosegue con un tributo, lunedì 14 marzo, martedì 15 marzo e domenica 20 marzo, al regista Peter Bogdanovich. Nel 1971 arrivò sugli schermi americani “L’ultimo spettacolo” e venne subito salutato come un capolavoro.
Peter Bogdanovich nuovo enfant prodige della regia nel 1971
Peter Bogdanovich, al suo secondo film, era il nuovo enfant prodige della regia. In effetti il film aveva una forza dirompente e, come già era successo con Cinque pezzi facili di Bob Rafelson e Mash di Robert Altman, tagliava i ponti con quel cinema tradizionale delle Majors che mostrava il fianco da oltre un decennio. Girato in un desueto bianco e nero, raccontava le vite di un gruppo di persone in una cittadina del Texas negli anni ’50 senza fare ricorso al convenzionale uso della trama. La macchina da presa stava sui personaggi, la narrazione era frammentata e la musica non era commento musicale ma arrivava, come parte dell’azione, dalle radio o dai juke box.
Protagonisti tre perfetti sconosciuti
Altra novità, i tre protagonisti, Timothy Bottoms, Cybill Shepherd e Jeff Bridges, erano dei perfetti sconosciuti. Nel cast c’era però un vecchio attore dimenticato, Ben Johnson, che veniva dai film di John Ford e (insieme all’uso del bianco e nero) era una spia precisa del fatto che Bogdanovich non avesse intenzioni eversive, anzi, amava profondamente il cinema classico. Prima di morire stava lavorando al Director’s cut di Squirrels to the Nuts, il suo ultimo film rimaneggiato pesantemente dalla produzione e uscito come She’s Funny That Way. Lascia oggi un’eredità ricca e complessa di pubblicazioni di ogni genere, ma soprattutto di grandi film.