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“Shopping gratis” con borse schermate: arrestata 29enne

Tre giacche griffate, per un valore che si aggira intorno ai 700 euro, è il bottino che una 29enne di nazionalità romena, era riuscita a occultare, in una borsa schermata, creata ad-hoc per eludere il sistema antitaccheggio, di un negozio di abbigliamento di via Cola di Rienzo.

I Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia Roma San Pietro, in servizio in abiti civili, stavano seguendo Gli spostamenti della donna, già nota alle forza dell’ordine, mentre fingeva di fare shopping tra i vari negozi del quartiere.Arrivata all’altezza di un noto negozio di abbigliamento, la 29enne ha deciso di entrare all’interno mentre i militari dall’esterno osservano tutti i suoi movimenti. Dopo avervi trascorso diversi minuti, senza acquistare nulla, i militari hanno deciso di fermarla all’uscita e subito hanno notato che la borsa presentava delle anomalie. All’interno, infatti, vi era una schermatura di alluminio per eludere i controlli antitaccheggio, in cui la ladra era riuscita ad inserire già 3 giubbotti di marca. La merce rinvenuta dai Carabinieri è stata interamente restituita al direttore dell’attività commerciale, mentre la “borsa speciale” è stata sequestrata.

L’arrestata è stata portato in caserma e trattenuta in attesa del rito direttissimo. Dovrà difendersi dall’accusa di furto aggravato. Nella sua disponibilità i Carabinieri hanno rinvenuto ulteriori due borse schermate con i fogli di alluminio.

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Roma, confiscati beni a imprenditore Varsi per 9,5 milioni tra cui famosi ristoranti: era «nullatenente»

(Fonte: Corriere della Sera) – Immobili, veicoli, disponibilità finanziarie e numerose società, per un valore complessivo di circa 9,5 milioni di euro sono stati confiscati dalla Finanza di Roma, all’imprenditore Francesco Varsi, classe 1947 (l’operazione è denominata «Boccone amaro»).

Vasto e articolato sistema societario

Varsi, secondo la procura e la Dda antimafia il dominus di un articolato sistema societario attraverso cui aveva «schermato», nel tempo, un ingente patrimonio, assolutamente sproporzionato rispetto al suo modestissimo profilo reddituale. Al protagonista della vicenda erano stati contestati numerosi e sistematici fatti di evasione fiscale, dai quali traeva sostentamento, commessi servendosi di svariati compendi aziendali, tutti a lui riconducibili, fino a costruire il reticolo societario oggi confiscato: un imprenditore «specializzato» nella perpetrazione «seriale» di reati tributari.

Attività criminali cominciate nel lontano 1966

Varsi è gravato da molteplici precedenti penali e di polizia, risalenti al lontano 1966, per vari reati, tra cui oltraggio e resistenza a un pubblico ufficiale, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, minaccia, emissione di assegni a vuoto, lesioni personali, furto e rapina. Dalle indagini è emersa anche la gestione di compagini societarie formalmente intestate, oltre che ai familiari, alla Varsi Group S.r.l., a sua volta titolare dei pacchetti societari di altre società, allo scopo di occultare i proventi milionari derivanti dall’evasione.

Confisca e ulteriore sequestro

La macroscopica sproporzione tra i redditi dichiarati e l’effettiva consistenza patrimoniale, acclarata mediante mirati accertamenti patrimoniali, ha consentito di richiedere e ottenere l’applicazione della confisca dei beni già sequestrati nell’aprile 2017, nonché di un ulteriore provvedimento di sequestro, eseguito lo scorso mese di maggio, riferito a crediti per oltre 2 milioni di euro vantati da Varsi e dalla moglie, Sandra Liliana Montoya, nei confronti delle imprese riconducibili all’imprenditore.

Molti ristoranti noti

I beni confiscati sono: capitale sociale e compendio aziendale di 8 società con sede in Roma, di cui una esercente «attività delle società di partecipazione» e le restanti attive nel settore della «ristorazione con somministrazione». Tra queste ultime spiccano i «Varsi bistrot» di via della Conciliazione, il ristorante «Frankie’s grill» di via Veneto, i ristoranti «La scuderia» e «La piazzetta al Quirinale» (già «Al Presidente»), in prossimità della Fontana di Trevi e il ristorante «Augustea» di viale di Trastevere. Ancora: 19 tra fabbricati e terreni ubicati a Roma e provincia, tra cui una lussuosa villa sita a San Polo dei Cavalieri (RM); 9 tra auto e moto; conti bancari e postali, asicurazioni, e azioni, il tutto per 9 milioni e mezzo di euro.

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Sequestro preventivo della E. Giovi srl, gestore della discarica Malagrotta

Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico e del Nucleo Investigativo del Gruppo Forestale di Roma, nella mattinata odierna, hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo della società E. Giovi srl, disposto dal GIP del Tribunale di Roma, a seguito delle attività investigative coordinate dalla Procura Repubblica – DDA Roma.
L’attività investigativa dei militari del NOE con il supporto dei Carabinieri Forestali, ricostruisce una importante attività di gestione illecita di rifiuti costituiti da percolato di discarica, che la E. Giovi, gestore della grande discarica di Malagrotta, avrebbe dovuto raccogliere ed inviare a trattamento in impianti esterni.
La rimozione del percolato (derivante dalla liscivazione dei rifiuti abbancati e dalle precipitazioni meteoriche che con essi si mescolano) è una operazione necessaria e imposta dalla normativa di settore, al fine di impedire la contaminazione dell’ambiente.
Tale rifiuto, ovviamente, non può essere destinato a discariche per rifiuti solidi urbani come Malagrotta e deve essere oggetto di specifici trattamenti in impianti autorizzati.
La lunga indagine ha permesso di accertare che, al contrario delle basilari previsioni normative, il percolato prodottosi nel corso degli anni veniva lasciato a saturare i rifiuti nella discarica, raggiungendo, in alcuni punti, anche l’80% dello spessore dei rifiuti abbancati.
Il tutto per evitare di sostenere le spese per la corretta gestione del percolato.
I consulenti della Procura hanno anche quantificato l’ingente quantitativo di rifiuti oggetto di traffico illecito e, da questi, derivato l’ingiusto profitto. Le articolate elaborazioni hanno permesso infatti di valutare l’enorme risparmio di gestione in circa 190.000.000 €.
Al fine di garantire tale cifra per il proseguo del procedimento penale, si è proceduto al sequestro dell’azienda, dei beni e del patrimonio degli indagati. L’azienda è stata affidata per la Custodia Giudiziaria al Commissario Prefettizio, dott. Luigi Palumbo, al quale spetta anche il compito di avviare la corretta gestione ambientale della discarica nella sua fase post-operativa.

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Roma, Terme di Caracalla, bus rischia di andare in fiamme

(Fonte: www.repubblica.it)
(di Ornella Sabia)Un altro autobus Atac da aggiungere alla lista di quelli andati in fiamme negli ultimi mesi. Paura questa mattina intorno alle 11.15 sul 792 partito da Porta San Giovanni in direzione Eudes, nel municipio XII, quando, dopo aver percorso un breve tratto, in prossimità delle Terme di Caracalla, i passeggeri hanno iniziato a sentire uno strano odore di bruciato. All’inizio si è pensato a un guasto dell’aria condizionata, ma poi l’odore è diventato sempre più acre togliendo spazio ai dubbi: era in corso un principio d’incendio nella parte posteriore della vettura. Un passeggero ha avvertito del rischio l’autista, che ha fermato l’autobus chiedendo a tutti di scendere. Il fumo che fuoriusciva dal retro del 792 era tantissimo. Tra i passeggeri pendolari, turisti e lavoratori che, nonostante lo spavento, hanno raggiunto la fermata Terme di Caracalla in attesa della corsa successiva. Il 792 che ha rischiato di andare in fiamme era chiaramente vecchio. Non a caso una delle prime cause d’incendio è proprio "l’età" degli autobus, compresa tra i 12 e i 17 anni. Tra le altre cause, la sporcizia che si accumula nel motore e le strade dissestate. Gli incendi sono stati quasi 60 nell’ultimo anno e mezzo. Atac fa viaggiare per le vie della Capitale solo il 63% dei mezzi che ha a disposizione. Una situazione drammatica che oltre a causare disagi e ritardi, mette a rischio la vita delle persone. L’avventura del 792 ha avuto lieto fine, grazie al tempestivo intervento di un passeggero e alla prontezza dell’autista. Ma se avesse percorso qualche metro in più, sarebbe potuta finire persino in tragedia.
 
 

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“Concedere la cittadinanza ai due baristi romeni del Roxy Bar”, l’appello consegnato al presidente Mattarella

(Fonte: www.repubblica.it)
(di Marino Bissio)«Vorremmo crescere i nostri due figli da cittadini italiani». Sono le parole semplici e chiare di Roxana e Marian Roman, i due giovani baristi romeni del Roxy Bar che lo scorso aprile, nel quartiere della Romanina, hanno deciso di denunciare l’aggressione e le prepotenze subite da alcuni componenti del clan dei Casamonica mentre stavano lavorando, dietro al bancone, come tutti i giorni. Una denuncia chiara che ha rotto il muro di omertà in un quartiere controllalo storicamente dalla potente famiglia malavitosa, e che ha permesso l’arresto dei responsabili del violento raid ora sotto processo. «Certi gesti possono infondere coraggio, convincere gli altri che cambiare è possibile. Sono gesti e sogni che meriterebbero una ricompensa, anche se non la chiedono», si legge nell’appello, consegnato al presidente Sergio Mattarella da Giuseppe Giulietti presidente della Fnsi, firmato da decine di associazioni a cominciare dalla Federazione nazione della stampa e dall'Ordine dei giornalisti. «Adesso tocca alle Istituzioni riconoscere il senso civico di Roxana e Marian, il loro gesto sottolinea i principi di integrazione e di convivenza, conferendo loro la meritata cittadinanza italiana».

 
 

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Caterina uccisa dal bus turistico, forse colpa del semaforo rotto

(Fonte: Corriere della Sera, di Giulio De Santis) – Nell’istante esatto in cui Caterina Pangrazi, 22 anni, ha attraversato la strada sulle strisce, finendo per venire investita e uccisa da un bus turistico, il semaforo era verde sia per i mezzi che viaggiavano su corso Vittorio Emanuele sia per i passanti che volevano attraversare. A raccontarlo un motociclista, testimone oculare della tragedia avvenuta lo scorso giovedì nel tardo pomeriggio. Il centauro ha riferito di essersi immesso su corso Vittorio da via dei Filippini con il verde e di aver sfiorato di pochi centimetri il pullman che, diretto verso il lungotevere, ha travolto la giovane. Ma, secondo molti testimoni, anche il bus turistico avrebbe attraversato l’incrocio con il verde. Cosi è nato il sospetto di una mancata sincronizzazione dell’impianto. Una gestione andata in tilt, di cui avrebbe fatto le spese Caterina.

Perché la studentessa di Giurisprudenza sarebbe passata sulle strisce al momento giusto. L’ipotesi che il semaforo fosse verde sia su corso Vittorio, sia su via dei Filippini è contenuta nei quesiti ai quali dovrà rispondere l’ingegner Marco Colagrossi, il consulente nominato della procura, chiamato a ricostruire la dinamica dell’incidente mortale. Il pm Gennaro Varrone, dopo la dichiarazione del centauro, ha chiesto al professionista di chiarire se le segnaletiche hanno funzionato male in quel preciso momento. Non è da escludere nemmeno il guasto.

In ogni modo, anche in caso di rottura dell’impianto o di una programmazione sbagliata della coordinazione del semaforo, le responsabilità dell’autista resterebbero immutate. L’indagato, secondo la procura, aveva l’obbligo di guidare piano perché guidava all’imbrunire e in un tratto di strada molto trafficato, soprattutto dai pedoni. Andare lento gli avrebbe permesso di prevenire l’incidente. Tuttavia la deposizione del motociclista potrebbe aprire la strada anche a un altro scenario. Il pulmino guidato da Francesco Paccone, 63 anni, impiegato della «Società italiana Roma bus» potrebbe essere passato con il rosso, travolgendo Caterina. Oppure – ed è la terza possibilità – sarebbe la moto ad aver violato l’indicazione del semaforo, passando con il giallo trasformatosi poi in rosso. In questo caso, però, il motociclista non rischierebbe di essere coinvolto nell’inchiesta non avendo avuto alcun ruolo nell’incidente. Il testimone si troverebbe soltanto a pagare una multa.

Le operazioni peritali avranno inizio il prossimo 1° agosto alle 10.30 al deposito comunale, dove l’ingegnere comincerà a esaminare il mezzo condotto dall’indagato. Bisogna infatti ricordare che il pullmino è stato posto sotto sequestro subito dopo l’investimento. Pure il cellulare di Caterina – i cui genitori sono assistiti dall’avvocato Pierfrancesco Bruno – è stato sequestrato per accertare se la giovane si è distratta mentre attraversava la strada. Elemento che diminuirebbe le colpe dell’indagato, ma non le escluderebbe del tutto. La relazione finale, secondo le previsioni, dovrebbe essere depositata il 1° ottobre. Termine che potrebbe slittare in caso di proroga.

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Nuova inchiesta su Malagrotta, indagato Cerroni. Il gip: «Rischio acqua inquinata»

(Fonte: www.ilmessaggero.it)
Nuova bufera su Malagrotta. Nell'indagine, coordinata dalla Dda di Roma, risultano indagate sei persone tra cui lo storico patron della discarica, Manlio Cerroni e Francesco Rando, l'ex amministratore unico della società E.Giovi. Traffico illecito di rifiuti e associazione a delinquere: sono questi i reati contestati dalla Procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta che oggi ha portato al sequestro preventivo di 190 milioni nei confronti della E.Giovi Srl società che gestisce la discarica di Malagrotta. Tra le persone finite nel registro degli indagati anche Carmelina Scaglione, attuale rappresentante legale della società. La somma sequestrata su decreto firmato dal gip Costantino De Robbio corrisponde «al risparmio di spesa dal 2012 ad oggi per l'omessa» estrazione «del percolato nella misura della minore somma quantificata dal consulente da ritenersi comprensiva – è detto nel provvedimento – di ogni successivo reinvestimento o trasformazione e di qualsiasi vantaggio economicamente valutabile nei confronti degli indagati».
Gip: "Rischio acqua inquinata". È «evidente che il permanere di questa situazione porterà senza ombra di dubbio all'aggravamento della situazione di illegittimità ed aumenterà esponenzialmente le conseguenze devastanti per l'ambiente circostante la discarica». È quanto scrive il gip Costantino De Robbio nel decreto di sequestro preventivo di 190 milioni di euro svolto nell'ambito di una nuova inchiesta sulla discarica di Malagrotta. Sotto accusa la mancata estrazione del percolato che «è causa dell'inquinamento delle falde acquifere». Nel provvedimento del gip viene sottolineato che «ancora oggi la società E.Giovi non ha provveduto all'adempimento delle prescrizioni e che la discarica non è gestita in modo legittimo tale da impedire il protrarsi della situazione di fuoriuscita del percolato che è conseguenza diretta dell'inquinamento dei terreni circostanti». Per il gip l'accumulo del percolato non estratto «è peraltro ormai così rilevante da essere visibile dall'esterno: dopo avere riempito la camera sottostante la discarica il liquido si è accumulato» con rifiuti solidi facendoli «tracimare dalla sommità superiore» raggiungendo le strade circostanti.

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Sgombero di Camping River, decine di rom allontanati non sanno dove andare

Fernando Magliaro, giornalista de’ Il Tempo, e Jacopo Nassi, inviato di Radio Roma Capitale, sono intervenuti ai microfoni di Radio Roma Capitale direttamente dal Camping River, dove è in atto lo sgombero degli abitanti rom operato dal Campidoglio.

“Inizialmente – dice Magliaro – c’era una sorta di rassegnazione. Poi, con l’arrivo dei giornalisti, si sono cominciate a sentire le proteste. Le operazioni sono iniziate verso 6.15, quando sono arrivati numerosissimi i vigili urbani. Non ho sentito la tensione salire troppo. Non credo che sia stato usato lo spray al peperoncino e, tuttavia, io non ero all’interno del campo. Questo cozzerebbe con alcune dichiarazioni rilasciate da un rom intervistato. Inoltre, l’inviato di Radio Roma Capitale Jacopo Nassi, presente anche lui al Camping River, ha riferito, della circolazione di voci che sosterrebbero per l’appunto l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine dell’arma in questione. Anche lui, tuttavia, era fuori dal campo.

Al momento – commenta Magliaro – il campo è stato sgomberato dai suoi inquilini. I servizi sociali, che hanno accompagnato i vigili urbani nell’ingresso al campo al fine di mediare, hanno offerto assistenza alloggiativa. Inizialmente solamente 3 o 4 nuclei familiari (ovvero circa 20-30 persone) hanno accettato le proposte del Campidoglio. Sembra però che altre famiglie stiano però aggiungendosi. Circa 20 persone avevano lasciato il Camping River nei giorni passati”. Ci sarebbero quindi tra 50 e 100 persone che – come comunicato a Jacopo Nassi – non saprebbero dove andare. Il comandante di Maggio, incaricato dell’operazione, inoltre, ha brevemente risposto alle domande del nostro inviato, chiarendo che dovremmo “chiedere a loro dove andranno”.

Jacopo Nassi ha anche raccolto il contributo di Stefano Fassina. Il consigliere comunale ha sottolineato quanto questa soluzione sia insostenibile: “Non è stata trovata una soluzione alternativa e ora le persone non sanno dove andare. Così i problemi non si risolvono, si aggravano. I cittadini lo devono sapere".  Anche la Comunità di Sant'Egidio lamenta la chiusura di un campo che funzionava, "vanificando tutto il lavoro  di integrazione svolto". 

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Roma, bambino di 5 anni travolto da auto mentre va in bici: è in ospedale

(Fonte: www.ilmessaggero.it)
Un bambino di cinque anni è stato travolto da un'auto ieri sera mentre era in bicicletta. È accaduto alla periferia di Roma, in via Cartoceto, zona Castelverde. Il bimbo è ricoverato in ospedale in prognosi riservata. Al volante dell'auto una cittadina romena di 37 anni che si è fermata a prestare soccorso. Sul posto per i rilievi la polizia locale. A quanto ricostruito finora dai vigili, il bimbo si è allontanato con la sua bici da casa avrebbe preso una curva larga e si è scontrato con la macchina che veniva in senso contrario.

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Roma, inchiesta Casamonica: prescrizioni e «favori» nella carriera del boss Bìtalo

(Fonte: Corriere della Sera, di Fulvio Fiano) – Salvato dalla prescrizione (sei anni per una sentenza di appello), scarcerato già prima come tossicodipendente (frequentava il locale dove spacciava la famiglia), beneficiato dal misterioso smarrimento della denuncia di una sua vittima, trattato come un delinquente comune pur avendo un già ricco curriculum criminale. La resistibile ascesa del boss Giuseppe Casamonica ha goduto di benevoli ostacoli, se non addirittura colpose agevolazioni. Circostanze raccolte dal pm Giovanni Musarò a corredo degli oltre 30 arresti eseguiti il 17 luglio contro il ramo della famiglia sinti che ha nel 46enne Bìtalo (padre di quattro figli e già nonno) il suo capo indiscusso.

Già nel 1996 una sentenza contro il cassiere della Magliana, Enrico Nicoletti, indicava i Casamonica come i veri temuti esattori della famigerata associazione criminale. Eppure, racconta la pentita Debora Cerreoni all’inizio della sua collaborazione, maggio 2015, nessuna speciale sorveglianza c’è su di loro in carcere. «A Rebibbia — dice la donna fuggita dal clan — i colloqui con i bambini avvengono presso l’area verde, dove non c’è il rischio di essere intercettati». Ed è durante questi colloqui privati, hanno poi dimostrato le indagini, che Giuseppe impartisce alla sorella Liliana le indicazioni per gestire gli affari all’esterno.

In quell’epoca Bìtalo sta scontando una condanna definitiva a 10 anni, che riconosce fin dal 2009 l’esistenza di una associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti con base in vicolo di Porta Furba. Ma la sua permanenza in carcere sarebbe potuta essere più lunga se non fossero intervenuti due fattori. Il primo è che una ulteriore condanna a sei anni del giugno 2008 (estorsione ai danni di una pizzeria sulla Tuscolana) non produce effetti perché la sentenza di secondo grado arriva solo nel 2014 e il reato viene dichiarato prescritto dalla Corte d’appello, che pure riconosce la «configurabilità dei delitti».

Il secondo alleggerimento della sua detenzione arriva in virtù di un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza del marzo 2017, che accoglie la richiesta di trasferimento in una struttura di recupero per tossicodipendenti a Trivigliano, nel frusinate, per scontare l’ultimo anno di pena. Un affidamento in prova così motivato: «La misura appare idonea ad assicurare per il condannato una possibilità di recupero e il contenimento della sua pericolosità sociale (…) Egli non commette reati dal 2009 (era in carcere da quasi 10 anni, ndr)». La sua condizione di cocainomane, annota ancora il giudice, è aggravata dal fatto che «occupandosi della gestione di un locale notturno a Roma è entrato in contatto con ambienti sociali nei quali era diffuso e abituale l’uso di sostanza stupefacenti (…) La famiglia per lui rappresenta un valido sostegno». Un anno dopo, Bìtalo tornerà in carcere con l’accusa di gestire assieme a figli e familiari un traffico di droga, fornita dalla ‘ndrangheta degli Strangio.

Infine un episodio rimasto senza spiegazioni. Una delle vittime citate nell’ultima ordinanza, Ernesto Sanità, al quale è stata tolta la casa da Giuseppe Casamonica per pagare un debito, già nel giugno 2007 era andato in commissariato a denunciare. Denuncia regolarmente protocollata ma, come ricostruito dagli accertamenti chiesti dal pm, mai trasmessa in procura. «Suddetta carenza — annota l’informativa della questura — è da ricondursi al mancato sviluppo dell’indagine che avrebbe consentito l’identificazione completa dell’autore del fatto, per come può evincersi dagli elementi raccolti».