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Economia

Pecorino Romano DOP, cambiamenti in dirittura d’arrivo

Pecorino Romano DOP, cambiamenti in dirittura d’arrivo. Presentate da Coldiretti Lazio le proposte di modifiche al disciplinare di produzione della D.O.P. del Pecorino Romano alla Regione Lazio. Tra le richieste avanzate quella di ottenere un marchio di distintività del prodotto laziale e aumentare la percentuale di produzione. «Quello che continua a mancare è un’attenzione alla produzione laziale, territorio che ha dato la luce a questa DOP e che non riesce ad avere oltre a un simbolo sulla forma, visibile solo se intera, una sua distintività, che si possa manifestare anche nei porzionati e nel grattugiato».

Pecorino Romano DOP, necessario marchio distintivo

Così il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri, in risposta alle osservazioni presentate dal Mipaaf al Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano, in merito alle proposte di modifica al disciplinare del prodotto Dop. «Riteniamo fondamentale poter inserire un marchio di distintività perseguibile sulla produzione laziale – aggiunge Granieri – affinché arrivi al consumatore. È altresì importante prevedere un aumento della percentuale di produzione del pecorino romano DOP nel Lazio, terra che ha dato i natali a questo formaggio e che merita una considerazione produttiva sicuramente maggiore, anche per l’elevata qualità del prodotto ottenuto su questo territorio».

Le risposte di Coldiretti Lazio al Mipaaf

Nello specifico riguardo alle valutazioni emerse dalla Coldiretti Lazio sulle risposte del Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano Dop ai vari punti presentati dal Mipaaf, come la possibilità di modificare la temperatura massima, fino ai 50°gradi. Quindi con l’inserimento di un nuovo range proposto per la cottura della cagliata del Pecorino Romano DOP compreso tra 45°-50° gradi, la Coldiretti Lazio ritiene che: «La maggiore temperatura di cottura provoca oltre alla diminuzione di umidità, anche una maggiore espulsione di grasso dal latte, e questo comporta una alterazione del sapore che si sprigiona fisiologicamente durante i mesi della stagionatura.

Maggiore temperatura peggiora la qualità del formaggio

Di fatto peggiorando la qualità del formaggio e comportando la perdita della tipica piccantezza del Pecorino Romano. Questo avrebbe come conseguenza una immediata omologazione al gusto e condurrà i consumatori a scegliere non più secondo parametri qualitativi, ma in virtù del prezzo». E ancora in merito alle razze che possono essere utilizzate per la produzione del latte destinato alla trasformazione del Pecorino Romano DOP, la Coldiretti Lazio specifica che:

Mantenere razze italiane e loro mescolamento per produrre il latte

«L’attuale disciplinare, e con esso le precedenti versioni, prevede greggi che pascolano nei territori di Lazio, Sardegna e provincia di Grosseto». Ritenendo quindi importante il mantenimento di razze italiane e loro incroci, nelle forme di allevamento tradizionale, per la produzione di latte destinato a Pecorino Romano DOP.

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Ambiente

Roma Natura inefficace nel gestire l’invasione dei cinghiali nella Capitale

Roma Natura inefficace nel gestire l’invasione dei cinghiali nella Capitale secondo Coldiretti Lazio. «Che Roma Natura sia inefficace, inefficiente e soprattutto inadatto a ricoprire il suo ruolo, non lo dico io, ma lo testimoniano i fatti, supportati dai dati». Così il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri, risponde alla querelle con L’Ente Regionale per la Gestione del Sistema delle Aree Naturali Protette nel Comune di Roma. E prosegue.

Perché Roma Natura inefficace

«Lo dimostra il numero di cinghiali catturati che complessivamente in tutto il 2021 sono stati solo 99 e peraltro solo in un’area protetta, quella della Riserva della Marcigliana. Nessuna cattura, da quando è stato approvato il Piano, nelle aree di Roma nord relative all’Insugherata, al Pineto e a Monte Mario. Il piano di controllo dell’Insugherata, approvato nel febbraio 2020, prevedeva 50 catture all’anno nelle zone agricole, delle quali, ad oggi, non se ne conta neanche una. A differenza di altre aree protette del Lazio in cui hanno dato il via libera alle all’abbattimento dei cinghiali anche con l’attività di sparo prevista dalla normativa regionale».

Attuare il piano non attuato

E ancora, sottolinea Granieri: «Nel parco del Pineto e nella Riserva Naturale di Monte Mario non erano previsti obiettivi numerici, ma solo, genericamente, catture per risolvere situazioni critiche. Da quanto ci risulta è stato chiesto di recente a Roma Natura dagli organi competenti di attuare il piano non attuato.

Rivedere gli obiettivi

Ma anche di rivedere gli obiettivi di prelievo per il Parco del Pineto e Monte Mario, considerato che dal 2020 la situazione nelle aree più urbanizzate è molto cambiata. Tutto questo non può che testimoniare il lassismo di questi anni, che peraltro è sotto gli occhi di tutti. È necessario che la Regione Lazio proceda con un commissariamento e un cambio al vertice di Roma Natura».

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Cronaca

Cittadini di Roma ostaggio dei cinghiali

«I cittadini di Roma sono ostaggio dei cinghiali. La situazione che denunciamo da anni è inaccettabile e ormai fuori controllo». Così il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri, riguardo all’aggressione subita da una donna a Roma da parte di un branco di otto cinghiali, tra cui sei cuccioli. Questa volta è accaduto alla Balduina, a Roma Nord, in via Anneo Lucano, dove una residente è stata attaccata alla testa da un grande esemplare di ungulato, mentre andava a buttare la spazzatura. A salvarla è stato il suo cane e un automobilista che fortunatamente si trovava lì in quel momento e li ha caricati in macchina.

Cinghiali pericolo per i cittadini e gli agricoltori della Capitale

«Questo non è ammissibile in una Capitale – prosegue Granieri – perché i cinghiali rappresentano ormai un serio pericolo per i cittadini e anche per in nostri agricoltori, che a causa della loro proliferazione sono costretti a subire costanti invasioni nei campi che distruggono i loro raccolti». Nel Lazio i danni causati dai cinghiali stimati dalla federazione regionale di Coldiretti, sono passati dai 3,5 milioni di media degli anni precedenti, ai 10 milioni solo nel periodo pandemico, nel corso del quale si è assistito ad una proliferazione senza precedenti. Di questi due milioni i danni calcolati solo a Roma e provincia in un anno.

Tra Roma e provincia oltre 20.000 cinghiali

Nella Capitale e nella provincia si calcola la presenza di oltre 20 mila cinghiali. Un numero destinato a crescere, che nel Lazio supera oltre 100 mila. In alcuni casi sono gli agricoltori si sono visti danneggiare fino all’80% del raccolto. «Questa situazione ha costretto molte aziende agricole ad abbandonare coltivazioni che portavano avanti da generazione – continua Granieri – per convertire il terreno ad altre colture, abbandonando ad esempio il mais, che è una delle colture più colpite e tra le preferite dei cinghiali. Una coltivazione, quella del mais, fondamentale soprattutto ora a causa delle ripercussioni del conflitto in Ucraina che ne hanno visto lievitare i costi. Non possiamo permetterci queste perdite».

Numero aggressioni cresce

Il numero delle aggressioni da parte dei cinghiali continua a crescere a Roma e provincia. Era già accaduto a Labaro, dove un ragazzo era rimasto chiuso per alcuni minuti nell’area cani, circondato da un branco di venti cinghiali. E poi in un supermercato a Formello, dove gli ungulati avevano rotto le buste della spesa ad una donna nel parcheggio di un supermercato. Stessa situazione sempre a Roma nord in zona viale Cortina d’Ampezzo, dove nei mesi scorsi un cinghiale ha caricato un giovane residente, che è stato inseguito per oltre 100 metri. Le cose non cambiano nella zona dei Castelli Romani. Al lago di Albano era stato aggredito e morso da un cinghiale anche un bambino di 11 anni, costretto a ricorrere alle cure mediche.

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Economia

Stop all’importazione dell’olio di palma

Stop all’importazione dell’olio di palma importante chiave di volta per il nostro paese secondo Coldiretti Lazio. La decisione dell’Indonesia di vietare l’export di olio di palma deve essere l’occasione per accelerare la sua sostituzione con prodotti più salubri ed a minor impatto ambientale come il burro, l’olio di oliva o quello di nocciola, utilizzato storicamente nelle prime creme spalmabili. È quanto afferma la Coldiretti nel commentare il bando parziale alle esportazioni deciso a partire dal 28 aprile dal Paese asiatico, che è il primo produttore mondiale di olio di palma.

Nel 2021 1,46 miliardi di chili di olio di palma importati in Italia

L’Italia lo scorso anno ha importato ben 1,46 miliardi di chili di olio di palma dei quali circa la metà per un quantitativo di 721 milioni di chili proprio dall’Indonesia, secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat. «Un prodotto che già molte imprese in Italia hanno deciso di sostituire – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – poiché alle preoccupazioni sull’impatto sulla salute a causa dell’elevato contenuto di acidi grassi saturi, si aggiungono quelle dal punto di vista ambientale, perché l’enorme sviluppo del mercato dell’olio di palma sta portando a livello globale al disboscamento selvaggio di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione».

Ancora utilizzato per vari generi alimentari

Per l’opposizione crescente dei consumatori, la scritta “senza olio di palma” è diventata una delle più diffuse sugli scaffali di negozi e supermercati anche se «Alcune imprese continuano ad utilizzarlo – spiega la Coldiretti Lazio – in alimenti dolci e salati come biscotti, brodi e zuppe, dolciumi, creme spalmabili, torte, grissini, brioche e alcuni piatti pronti. Una possibilità che oggi può essere addirittura nascosta ai consumatori, per effetto della circolare dal Ministero dello Sviluppo economico emanata all’inizio di aprile, che consente all’industria alimentare di utilizzarlo in sostituzione di quello di girasole senza indicarlo esplicitamente in etichetta». L’Italia, che è il secondo produttore mondiale di olio di oliva, può contare su un prodotto sostitutivo di grande qualità alla base della dieta mediterranea che peraltro ha avuto aumenti di prezzi contenuti al 5,3% rispetto al +25,9% degli altri oli vegetali.

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Economia

Sos per gli allevamenti italiani

Sos di Coldiretti Lazio per migliaia di allevamenti italiani. Solo nel Lazio rischia di chiudere una stalla su quattro solo a causa della crisi energetica e per la guerra in Ucraina. A questo ora si aggiungono le nuove scelte della Commissione europea, che compromettono la capacità di approvvigionamento nazionale del Paese, già deficitario per carne e latte. È quanto afferma la Coldiretti Lazio in riferimento alle anticipazioni sulla proposta della Commissione UE per la revisione della Direttiva 2010/75/UE relativa alle emissioni industriali (IED), per la prevenzione e riduzione dell’inquinamento attesa per martedì 5 aprile.

Sos per i pesanti oneri burocratici

Le bozze attuali allargano una serie di pesanti oneri burocratici ad un maggior numero di aziende zootecniche e aggiungono all’ambito di applicazione il settore delle produzioni bovine, che prima era escluso. «È una scelta inaccettabile – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – che rischia di condannare alla chiusura tantissimi allevamenti con un nuovo carico di burocrazia che fa aumentare i costi del sistema zootecnico». Il presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini ha già sollecitato personalmente i Commissari Wojciechowski e Gentiloni, oltre ai parlamentari europei italiani delle commissioni ambiente, industria ed agricoltura, per modificare una decisione che rappresenta un attacco al sistema allevatoriale europeo.

Rischio di aprire alla carne sintetica

«In un momento in cui è sempre più evidente la necessità di puntare sulla sicurezza alimentare e sull’autosufficienza, a Bruxelles si rischiano di fare scelte che aprono la strada alla “carne sintetica”. La carne italiana nasce da un sistema di allevamento, che per sicurezza, sostenibilità e qualità non ha eguali al mondo, consolidato anche grazie a iniziative di valorizzazione messe in campo dagli allevatori, con l’adozione di forme di alimentazione controllata, disciplinari di allevamento restrittivi, sistemi di rintracciabilità elettronica e forme di vendita diretta della carne. Le nuove scelte Ue rischiano di aprire le porte alle importazioni di carne da paesi terzi, che spesso garantiscono minori standard di sicurezza alimentare e maggiori impatti ambientali di quelli europei». L’Italia dipende già dall’estero per il 16% del latte consumato, il 49% della carne bovina e il 38% di quella di maiale secondo l’analisi del Centro Studi Divulga.

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Cronaca

Prodotti del Lazio a rischio con il Nutri-Score

Prodotti di eccellenza del Lazio a rischio con il Nutri-Score, un sistema di etichettatura a colori che penalizza prodotti salutari come l’olio di oliva, considerandolo meno sano della Coca Cola, o quelli caseari e tradizionali, sia Dop che Igp e Ig, favorendo prodotti industriali di minore qualità. Coldiretti Lazio annuncia battaglia sull’etichettatura a “semaforo” proposta dalla Francia e sulla quale l’Ue si esprimerà il prossimo giugno. Uno strumento semplicistico e pericoloso che non tiene conto della complessità delle diete mediterranea e delle abitudini, alimentari e non, delle diverse regioni dell’UE.

Con il Nutri-Score sparirebbero eccellenze locali

«Se il Nutri-Score fosse approvato dall’Unione Europea – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – sparirebbero dalle tavole le eccellenze locali che caratterizzano i nostri territori e con la loro la storia e le tradizioni che li accompagnano. Quello di cui abbiamo bisogno è un’Europa protagonista e forte perché capace di coltivare le sue ricchezze e le pluralità di cultura. Come ricorda oggi su Il Messaggero, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. È esattamente su questo che bisogna lavorare, non su un appiattimento e omologazione di ciò che è e deve rimanere distintivo, perché caratterizza le nostre unicità e le nostre eccellenze».

Cacio e pepe KO

Il Nutri-Score cancellerebbe i piatti tipici della nostra tradizione come la cacio e pepe, che secondo il sistema di etichettatura dovrebbe essere senza Pecorino Romano, perché considerato non salutare, e non esisterebbe più neanche la famosa caprese, perché sotto accusa è anche la Mozzarella di Bufala, stessa cosa per il Parmigiano Reggiano o la Gorgonzola.

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NEWS

Arriva il Tutor dell’orto anticrisi

Il Tutor dell’orto anticrisi con Coldiretti sabato prossimo a Via San Teodoro. Con il caro prezzi che fa esplodere il carrello della spesa, spinto dalla guerra in Ucraina, l’arrivo della primavera fa scattare il ritorno alla coltivazione fai da te in terrazzi, giardini e piccoli appezzamenti. Per sostenere il fenomeno ed aiutare gli italiani a risparmiare arriva il “Tutor dell’orto anticrisi” con dimostrazioni pratiche in campo per sfruttare gli spazi a disposizione e produrre in autonomia frutta e verdura.

Tutor dell’orto anticrisi nei Mercati di Campagna Amica

L’appuntamento è per sabato 19 marzo dalle ore 9.30 nei Mercati di Campagna Amica lungo tutta la Penisola. Nella Capitale in Via San Teodoro 74, dove saranno in azione gli esperti della Coldiretti con lezioni pratiche rivolte a tutti i cittadini. Per l’occasione saranno forniti utili consigli agronomici per avere successo con la dimostrazione delle diverse operazioni colturali dalla semina alla raccolta, l’analisi dei costi e dei tempi necessari, ma anche suggerimenti ed idee per ottimizzare gli spazi disponibili con le diverse tipologie di orto che si possono realizzare in casa o all’aperto. Sarà diffusa l’analisi Coldiretti sulla riscoperta degli “orti casalinghi” legati alla crisi scatenata dal conflitto in Ucraina.

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NEWS

Appello Coldiretti Lazio per il settore della pesca

Coldiretti Lazio lancia un appello condiviso da Coldiretti Impresapesca, Federpesca, Flai Cgil, Fai Cisl e Uilapesca in merito all’assoluta necessità di costruire un meccanismo di sostegno al reddito per il settore della pesca, ora più che mai indispensabile. Il prezzo medio del gasolio è più che raddoppiato (+90) rispetto allo scorso anno, costringendo i pescherecci a navigare in perdita o a tagliare le uscite. In pratica i costi relativi ad una giornata in mare sono quasi triplicati passando da una media di 500 a 1400 euro.

Aumenti insostenibili per il settore della pesca

«Tutto questo per i nostri pescatori è insostenibile – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – una situazione che favorisce le importazioni di pesce straniero. Ormai più della metà dei costi che le aziende devono sostenere è rappresentata proprio dal carburante». Dopo una settimana di stop della pesca, si annuncia un periodo ancora più difficile nel quale si continueranno a perdere migliaia di giornate di lavoro. «Il blocco dell’autotrasporto – aggiunge Granieri – contribuirà ad aggravare ulteriormente la situazione con danni incalcolabili e di fatto impedirà le forniture del carburante e la distribuzione delle merci, compreso il pescato.

Non si può perdere neppure un chilo di prodotto

In questo momento non possiamo permetterci di perdere neanche un chilo di prodotto ed è necessario che vengano garantiti i ritiri e le consegne a industrie e distribuzione commerciale per assicurare le forniture alla popolazione».

Appello al Governo dei sindacati

Le sigle sindacali lanciano così un appello al Governo sulla riapertura del confronto interrotto a gennaio per poter, inoltre, individuare insieme le soluzioni che si attendono da mesi. «Ricordiamo – spiegano le sigle sindacali Coldiretti Impresapesca, Federpesca, Flai Cgil, Fai Cisl e Uilapesca – che le imprese stanno già pagando lo strumento CISOA senza che i pescatori possano usufruirne e tutto questo non è più accettabile. Al momento non esiste per la pesca alcuna forma di integrazione del reddito e non possiamo affrontare le prossime settimane in queste condizioni, con il rischio di un’ecatombe per imprese e lavoratori».

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NEWS

Caro carburante sulle tavole degli italiani

Il caro carburante pesa dai campi alle tavole degli italiani, passando per logistica e trasporti. A lanciare l’allarme è Coldiretti Lazio e CAIaagromec, la federazione degli aeromeccanica, in riferimento alla corsa dei prezzi dell’energia, dal gasolio all’elettricità, dal gas alla benzina.

Stop autotrasporto da danni incalcolabili alla filiera agroalimentare

A tutto questo si aggiunge lo stop dell’autotrasporto che può calcolare danni incalcolabili alla filiera agroalimentare con l’85% delle merci che viaggia su strada. Sono a rischio i prodotti più deperibili, dall’ortofrutta al latte. «Tutto questo rischia anche di alimentare una pericolosa psicosi negli acquisti sugli scaffali dei supermercati», dice il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri, in merito alla protesta degli autotrasportatori per il caro gasolio. «Una situazione che – aggiunge Granieri – aggraverebbe ulteriormente le già rilevanti difficoltà della filiera agroalimentare, costretta a far fronte a pesanti aumenti dei costi di produzione per le materie prime e l’energia, con l’esplosione della guerra in Ucraina, che sta ostacolando gli scambi commerciali in un Paese come l’Italia fortemente dipendente dall’estero».

Caro carburante ha fatto esplodere i costi delle lavorazioni agromeccaniche

Il caro carburanti con il balzo dei prezzi del gasolio agricolo ha fatto esplodere i costi orari delle lavorazioni agromeccaniche dei terreni cresciuti dal 25% al 100% in più per le normali operazioni nei campi come aratura, rullatura, erpicatura, raccolta e altre lavorazioni. Proprio nei giorni giorni scorsi Coldiretti Lazio ha chiesto alla Regione lo stato di crisi del settore agricolo, gravato già da due anni di pandemia e ora alle prese con le ripercussioni del conflitto in Ucraina. «In questo momento non possiamo permetterci di perdere neanche un chilo di prodotto ed è necessario che siano garantiti i ritiri e le consegne a industrie e distribuzione commerciale per assicurare le forniture alla popolazione», conclude Granieri in merito allo stop dell’autotrasporto.

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NEWS

Una stalla su quattro a rischio nel Lazio

Nel Lazio rischia di chiudere una stalla su quattro con l’aumento dei costi energetici e delle materie prime, che vanno a gravare su una situazione già fortemente compromessa.

Settore zootecnico tra i più colpiti dalla crisi

Il settore zootecnico è uno dei più colpiti dalla crisi determinata dalla pandemia e dalle speculazioni di chi ha cercato di trarre un illecito vantaggio da questa situazione. Solo negli ultimi cinque anni nel Lazio sono circa 200 le aziende che sono state costrette a chiudere, passando così da più di mille aziende a poco più di 800 tra quelle ad orientamento latte.

Tutelare la dignità delle imprese di allevamento

«Dobbiamo tutelare la dignità delle imprese di allevamento – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – davanti all’esplosione dei costi di energia e mangimi e con il latte spot venduto sul mercato a quotazioni record, è necessario intervenire per salvare uno dei settori più colpiti. La zootecnia è fondamentale per l’economia del Lazio e per contrastare il degrado di interi territori che rischiano lo spopolamento».