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Economia

Solo 1 peperoncino su 3 è Made in Italy

Solo 1 peperoncino su 3 è Made in Italy mentre il resto è importato dall’estero, per un totale di quasi 3,4 milioni di chili nell’ultimo anno. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti che partecipa alla Fiera mondiale del peperoncino a Rieti, sulla base dei dati Istat e Crea. Il crescente apprezzamento dei consumatori e l’attenzione ai superfood, dei quali il peperoncino è uno dei campioni, offrono spazio allo sviluppo delle produzioni nazionali, soprattutto a fronte di un import che soddisfa i 2/3 del consumo nazionale e che è aumentato del +56% in dieci anni in particolare da India, Cina, Messico ed Egitto, Paesi che non applicano gli stessi controlli e criteri di sicurezza alimentare delle produzioni Made in Italy.

In Italia coltivazione non solo al Sud

In Italia la coltivazione del peperoncino è diffusa su tutto il territorio da Nord a Sud, sia a livello professionale che hobbistico, con appassionati che si scambiano semi di varietà rare e gareggiano sul filo dei gradi di piccante. Si tratta di una spezia presente, in produzioni estensive, soprattutto in Calabria, dove è una componente fondamentale di molti cibi tipici, a partire dalla ‘Nduja, ma anche in Lazio, Basilicata, Campania e Abruzzo. Il peperoncino è il frutto di una pianta erbacea delle Solanacee, dalla cui essiccazione si ottiene una spezia usatissima e inconfondibile. La capsaicina, alcaloide responsabile del sapore piccante, si concentra soprattutto nella parte interna che contiene i semi.

Semina tra marzo e maggio

Il periodo in cui normalmente vengono seminati i peperoncini va da marzo a maggio, mentre la raccolta inizia ad agosto e termina a novembre. I benefici del peperoncino derivano da un mix di sostanze antiossidanti presenti al suo interno: vitamina C, carotenoidi, polifenoli. Il peperoncino fa parte della tradizione agroalimentare nazionale e della dieta Mediterranea, grazie alle sue proprietà organolettiche, ma anche protettive per l’apparato cardio circolatorio. Secondo diversi studi pubblicati, il peperoncino avrebbe un’azione antibatterica e vasodilatatoria, contribuendo a tenere sotto controllo i valori del colesterolo e della pressione sanguigna.

Contributo alle diete dimagranti

Sulla base delle conclusioni di una ricerca pubblicata nel 2017 sull’International Journal of Food Sciences and Nutrition, il peperoncino darebbe anche un contributo nelle diete dimagranti grazie al suo potenziale effetto positivo sul metabolismo. Nella tradizione popolare il peperoncino è da sempre considerato una specie di afrodisiaco naturale utile in ogni occasione.

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Economia

Spedizioni alimentari dall’Ucraina verso l’Italia in ripresa

Le spedizioni alimentari dall’Ucraina verso l’Italia riprendono. Già arrivati quasi 1,2 miliardi di chili di mais per l’alimentazione animale, grano tenero e olio di girasole nell’ultimo anno prima della guerra. È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli effetti della decisione della Russia di riprendere la partecipazione all’accordo raggiunto con Nazioni Unite, Turchia e Ucraina per assicurare i traffici commerciali nei porti del Mar Nero.

Spedizioni grazie all’apertura di Putin

L’apertura di Putin è importante soprattutto per la forniture di mais alle stalle italiane in una situazione in cui i costi di produzione sono cresciuti del 57% secondo il Crea, mettendo in ginocchio gli allevatori nazionali. L’Ucraina infatti con una quota di poco superiore al 13% per un totale di 785 milioni di chili è il secondo fornitore di mais dell’Italia che è costretta ad importare circa la metà del proprio fabbisogno per garantire l’alimentazione degli animali nelle stalle. L’Ucraina garantisce invece appena il 3% dell’import nazionale di grano (122 milioni di chili) mentre sono pari a ben 260 milioni di chili gli arrivi annuali di olio di girasole, secondo l’analisi su dati Istat relativi al commercio estero 2021.

Sblocco per le navi sul Mar Nero

Lo sblocco al passaggio delle spedizioni alimentari sul Mar Nero è importante anche per combattere il rischio carestia in ben quei 53 Paesi dove secondo l’Onu, la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione. Un rischio anche per la stabilità politica proprio mentre si moltiplicano le tensioni sociali ed i flussi migratori, anche verso l’Italia.

Presidente Coldiretti Ettore Prandini

«L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che hanno dovuto ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni», afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza di intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con misure immediate per salvare aziende e stalle e strutturali per garantire in futuro la sovranità alimentare del Paese.

Necessari accordi di filiera

Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali, ma serve anche investire per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità, contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti.

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Economia

Il caro bollette mette in crisi l’agricoltura

Il caro bollette mette in crisi l’agricoltura, con quasi una stalla su dieci (9%) in situazione così critica da portare alla chiusura. Questo comporta rischi per l’ambiente, l’economia e l’occupazione ma anche per la sopravvivenza del patrimonio agroalimentare Made in Italy, a partire dai suoi formaggi più tipici della montagna.

Allarme caro bollette lanciato in occasione della Fiera agricola e Zootecnica di Montichiari

È l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione dell’apertura ufficiale della Fiera agricola e Zootecnica di Montichiari, la più importante manifestazione italiana a livello internazionale dedicata all’allevamento, con la prima mostra sulle eccellenze casearie italiane a rischio scomparsa, per raccontare la ricchezza del patrimonio di biodiversità italiana con razze antiche e in via di estinzione salvate dal lavoro delle famiglie di agricoltori e allevatori. L’ultimo stop annunciato è quello di Latte Trento che a causa dei costi ha bloccato la produzione di Trentingrana con la chiusura del caseificio di Pinzolo con difficoltà a consegnare i prodotti dell’azienda ai supermercati che restano con gli scaffali vuoti.

Esplosione delle spese di produzione

A strozzare gli allevatori italiani è una esplosione delle spese di produzione in media del +60% legata ai rincari energetici, che arriva fino al +95% dei mangimi, al +110% per il gasolio e addirittura al +500% delle bollette per l’elettricità necessaria ad alimentare anche i sistemi di mungitura e conservazione del latte, secondo l’analisi Coldiretti su dati Crea. Particolarmente drammatica la situazione delle stalle di montagna dove il caro bollette sta costringendo aziende a chiudere ed abbattere gli animali, con un calo stimato della produzione di latte del 15% che impatta sulla produzione dei formaggi di alpeggio.

A rischio l’intero patrimonio caseario tricolore con 580 specialità

Ma a rischio c’è l’intero patrimonio caseario tricolore con 580 specialità casearie tra 55 Dop (Denominazione di origine controllata) e 525 formaggi tipici censiti dalle Regioni che ha regalato all’Italia la leadership a livello europeo davanti alla Francia, la patria del camembert che, come affermava De Gaulle, ha più formaggi che giorni nel calendario. È dalle stalle nazionali che nascono infatti alcune delle specialità più note del Made in Italy a tavola a partire da quelle casearie come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano o la mozzarella di bufala campana ma anche specialità locali a rischio di estinzione esposte per l’occasione nello spazio Coldiretti alla fiera.

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Addio ai fiori italiani, la denuncia di Coldiretti

Addio ai fiori italiani, con +95% dei costi per piante e sementi è allarme rosso per i vivai travolti da rincari dell’energia che colpiscono l’intera filiera, dai fertilizzanti agli imballaggi, dalla plastica dei vasetti alla carta delle confezioni fino al gasolio per il riscaldamento delle serre con il calo delle temperature per l’arrivo dell’autunno. È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Crea in occasione del Flormart, fiera di un settore di eccellenza del Made in Italy che vale 2,5 miliardi di euro e garantisce 200mila posti di lavoro messi a rischio dalla crisi energetica.

Addio per l’aumento dei costi

Le aziende florovivaistiche stanno affrontando aumenti di costi a valanga: +250% per i fertilizzanti, +110% per il gasolio, +15% per i fitosanitari contro i parassiti, +45% per i servizi di noleggio, secondo gli ultimi dati Crea. Ma gli incrementi colpiscono anche gli imballaggi, dalla plastica per i vasetti dei fiori (+72%) al vetro (+40%) fino alla carta (+31%) per i quali peraltro si allungano anche i tempi di consegna, in qualche caso addirittura quintuplicati. E sono esplose anche le spese di trasporto in un paese come l’Italia dove l’85% delle merci viaggia su gomma.

Florovivaismo comparto strategico

Il florovivaismo è un comparto strategico per il Paese con 30mila ettari di territorio coltivati da 21.500 imprese coinvolte fra produzione di piante e fiori in vaso (14mila) e quelle di piantine da trapianto (7.500) messo sotto pressione dalle importazioni dall’estero cresciute del +59% nei primi sei mesi del 2022 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con oltre 2/3 (71%) rappresentati dagli arrivi dall’Olanda. Fra gennaio e giugno di quest’anno le importazioni di piante e fiori hanno sfiorato i 452 milioni di euro coprendo in sei mesi il 77% del valore registrato in tutto il 2021. In pratica 1 prodotto su 5 arriva dall’estero, nonostante la frenata degli scambi internazionali causati dalle tensioni per la guerra in Ucraina con la riduzione nella Ue del 40% del commercio di fiore reciso e della perdita del 30% del potere d’acquisto dei consumatori dell’Unione, secondo le ultime stime del Copa Cogeca.

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Economia

Crollo di 1/3 delle produzioni nazionali a causa della siccità

Crollo di 1/3 delle produzioni nazionali a causa della siccità e al crollo delle riserve di acqua nazionali: dalla frutta al mais, dal frumento al riso, dal latte alle cozze e alle vongole. È quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’arrivo della nuova grande ondata di caldo sull’Italia che aggrava l’emergenza raccolti con la necessità di stipulare accordi di filiera per aiutare le aziende contro i drammatici effetti dei cambiamenti climatici e delle tempeste sui mercati internazionali causate dalla guerra in Ucraina.

Crollo dovuto alla siccità

Secondo la Coldiretti è di fatto in grave rischio per la siccità quasi la metà (46%) degli agricoltori italiani per un totale di 332mila imprese con la probabile estensione dello stato di emergenza per la siccità ad altre quattro regioni (Lazio, Umbria, Liguria e Toscana) annunciata dal Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli dopo che il consiglio dei ministri lo aveva già deliberato per Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna.

Cali in ogni reparto alimentare

In Italia si registrano già cali del 45% per il mais e i foraggi che servono all’alimentazione degli animali, del 20% per il latte nelle stalle, del 30% per il frumento duro per la pasta di oltre 1/5 delle produzione di frumento tenero, del 30% del riso, meno 15% frutta ustionata da temperature di 40 gradi, meno 20% cozze e vongole uccise dalla mancanza di ricambio idrico nel Delta del Po, dove si allargano le zone di “acqua morta”, assalti di insetti e cavallette con decine di migliaia di ettari devastati. Siamo di fronte a un impatto devastante sulle produzioni nazionali con danni che superano i 3 miliardi di euro.

Italia dipendente dall’estero per molte materie prime

Con l’Italia che è dipendente dall’estero in molte materie prime e produce appena il 36% del grano tenero che serve per pane, biscotti, dolci, il 53% del mais per l’alimentazione delle stalle, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo, il rischio è un aumento delle importazioni dall’estero, ma anche un ulteriore aggravio di costi soprattutto per gli allevamenti, che dipendono dai cerali e dai foraggi per l’alimentazione degli animali. Un’impennata che si aggiunge all’aumento della spesa per energia e materie prime spinto dalla guerra in Ucraina, facendo salire il conto per le aziende agricole alla cifra di oltre 9 miliardi di euro.

Situazione molto critica per l’11% delle imprese agricole

Il risultato è che più di 1 impresa agricola su 10 (11%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività ma ben circa 1/3 del totale nazionale (30%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dell’aumento dei costi di produzione, secondo le elaborazioni del Crea.

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Economia

Produzione di grano in Italia in calo del 15%

Produzione di grano in Italia stimata quest’anno in calo del 15%, per effetto della siccità che ha tagliato le rese dal Nord a Sud del Paese. È quanto emerge da una stima della Coldiretti divulgata in occasione dell’avvio della trebbiatura che inizia dalle regioni del sud dove in Puglia, la Regione dove si concentra la maggiore produzione nazionale, sono stati raccolti i primi chicchi di grano duro.

Produzione di grano che varia da Nord a Sud

Al nord dall’Emilia Romagna al Veneto si prevede un calo intorno al 10%, mentre per le regioni centrali la diminuzione potrebbe attestarsi al 15-20%, ma al Sud si prevede un minor raccolto tra il 15 e il 30%. Per effetto della riduzione delle rese a causa dei cambiamenti climatici, complessivamente il raccolto dovrebbe attestarsi attorno ai 6,5 miliardi di chili a livello nazionale su una superficie totale di 1,71 milioni di ettari coltivati fra grano duro per la pasta (1,21 milioni di ettari) e grano tenero per pane e biscotti (oltre mezzo milione di ettari).

Rincari delle spese di produzione

La minor produzione pesa sulle aziende cerealicole che hanno dovuto affrontare rincari delle spese di produzione, che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio, con incrementi medi dei costi correnti del 68% secondo elaborazioni Coldiretti su dati del Crea, dalle quali si evidenzia che in un caso su quattro i costi superano i ricavi con il grano duro per la pasta che è quotato in Italia 55 centesimi al chilo e quello tenero per il pane a 45 centesimi al chilo.

Impatto sui consumatori

L’impatto si fa sentire anche sui consumatori con i prezzi che dal grano al pane aumentano da 6 a 12 volte tenuto conto che per fare un chilo di pane occorre circa un chilo di grano, dal quale si ottengono 800 grammi di farina da impastare con l’acqua per ottenere un chilo di prodotto finito venduto da 2,7 euro al chilo a 5,4 euro al chilo, secondo la Coldiretti.

Trend negativo che aumenta dipendenza dall’estero

Un trend negativo che aumenta la dipendenza dall’estero in una situazione in cui l’Italia è diventata deficitaria in molte materie prime e produce appena il 36% del grano tenero che serve per pane, biscotti, dolci e il 62% del grano duro per la pasta. La situazione è preoccupante anche a livello internazionale dove la produzione mondiale di grano per il 2022/23 è stimata in calo a 769 milioni, per effetto della riduzione in Ucraina con un quantitativo stimato di 19,4 milioni di tonnellate, circa il 40% in meno rispetto ai 33 milioni di tonnellate previsti per questa stagione.

Calo anche in Usa e India

Calo anche negli Usa (46,8 milioni) e in India (105 milioni), secondo l’analisi della Coldiretti sugli ultimi dati dell’International Grains Council che evidenzia peraltro che in controtendenza il raccolto di grano cresce del 2,6% in Russia per raggiungere 84,7 milioni di tonnellate delle quali circa la metà destinate all’esportazioni (39 milioni di tonnellate).

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Economia

Le strategie degli italiani per risparmiare, secondo Coldiretti

Le strategie degli italiani per risparmiare, secondo Coldiretti. Tra i comportamenti virtuosi segnalati, spicca la riduzione degli sprechi che riguarda ben il 68% delle famiglie. Un impegno che al valore economico aggiunge anche quello etico ed ambientale in un Paese come l’Italia dove in media nella spazzatura finiscono quasi 31 chili all’anno di prodotti alimentari, per un totale di oltre 1,8 miliardi di chili da smaltire.

Strategie che portano al riciclo di quel che avanza a pranzo per la cena

Sulle tavole degli italiani sono così tornati i piatti del giorno dopo come polpette, frittate, pizze farcite, ratatouille e macedonia. Ricette che non sono solo una ottima soluzione per non gettare nella spazzatura gli avanzi, ma aiutano anche a non far sparire tradizioni culinarie del passato secondo una usanza molto diffusa che ha dato origine a piatti diventati simbolo della cultura enogastronomica del territorio come la ribollita toscana, i canederli trentini, la pinza veneta o al sud la frittata di pasta.

Resta l’attenzione per la qualità

La propensione al risparmio, in ogni caso, non sembra intaccare l’attenzione verso la qualità di ciò che si porta a tavola, con il 70% degli italiani che non intende rinunciare al prodotto 100% italiano, anche per sostenere l’economia e l’occupazione nel proprio Paese. Se i prezzi per le famiglie corrono l’aumento dei costi colpisce duramente l’intera filiera agroalimentare, a partire dalle campagne dove più di un azienda agricola su 10, l’11%, è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività.

Aziende in difficoltà per aumento costi di produzione

Circa 1/3 del totale nazionale (30%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dell’aumento dei costi di produzione, secondo il Crea. In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio. «Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni», afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

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Politica

Un milione di alberi per Roma

Un milione di alberi per Roma. La Giunta Capitolina ha approvato due delibere, entrambe su proposta dell’Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti Sabrina Alfonsi, di grande importanza per accelerare il Piano di forestazione urbana su cui Roma Capitale sta lavorando con l’obiettivo di mettere a dimora 1 milione di nuovi alberi nei prossimi anni. Con la prima si individua la prima serie di aree idonee agli interventi di forestazione urbana finanziati dal Pnrr. Con la seconda, è approvata la sottoscrizione di un Accordo di collaborazione con il Consiglio per la Ricerca e l’Analisi dell’Economia Agraria (Crea) per assicurare al piano di forestazione il supporto scientifico e le risorse della produzione arborea del Crea.

Un milione di alberi in 13 aree idonee

Nel dettaglio, con la prima delibera sono individuate 13 aree idonee agli interventi, per l’annualità 2022, di forestazione urbana, periurbana ed extraurbana che la Città Metropolitana di Roma includerà nella presentazione, entro il 29 maggio prossimo, dei progetti finanziabili con i fondi del Pnrr Misura 2 – Componente 4 – Investimento 3.1 “Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano”. Per le annualità successive si sta già lavorando all’individuazione delle ulteriori aree idonee. Il riparto territoriale relativo alle tre annualità prevede 2/3 delle aree negli interventi nel territorio di Roma e 1/3 nella restante Area Metropolitana. I fondi previsti per la Città Metropolitana di Roma sono circa 35 milioni di euro nel triennio 2022-2024.

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NEWS

Olio extravergine italiano nello spazio

Olio extravergine italiano nello spazio, insieme a Samantha Cristoforetti. Lo rende noto la Coldiretti. Una selezione di oli extravergini di oliva italiani ha infatti lasciato la Terra per raggiungere l’ISS, la Stazione Spaziale Internazionale, grazie a una opportunità di volo dell’Agenzia Spaziale Italiana con il lancio dal Kennedy Space Center in Florida della navetta Dragon Freedom di SpaceX con a bordo l’equipaggio Crew 4.

Progetto in accordo con l’Agenzia Spaziale Italiana

Si tratta del progetto realizzato nel quadro di un accordo dell’Agenzia Spaziale Italiana con il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), che si è avvalso anche della collaborazione di Coldiretti e Unaprol (il Consorzio Olivicolo Italiano). I quattro oli extravergini spaziali selezionati sono prodotti italiani di altissima qualità provenienti da diverse regioni e ottenuti ciascuno da una singola tipologia di olive, in rappresentanza delle 533 varietà e che rendono unico il nostro Paese.

Olio per il bonus food dell’equipaggio della ISS

Parte degli oli è destinata alla preparazione del cosiddetto bonus food dell’equipaggio di cui è parte l’astronauta di nazionalità italiana del corpo astronauti dell’Esa, Samantha Cristoforetti. Con bonus food si indicano le specialità che ciascun astronauta può scegliere di portare con sé a integrazione della dieta standard prevista, specialità che vengono preparate e confezionate a terra. Gli oli, distinti ed etichettati in base a intensità e profilo sensoriale, sono a disposizione dell’equipaggio per accompagnare una specifica tipologia di cibo: carne, pesce, verdure e uno per esaltare anche i sapori più intensi. Alcuni campioni di olio selezionati sono protagonisti di un inedito esperimento sugli effetti della permanenza nello spazio su questo importante alimento. L’eccellenza spaziale che l’Asi guida nel settore si unisce in questo progetto con dei prodotti di qualità che rappresentano la tradizione del nostro Paese.

L’importanza del patrimonio agroalimentare italiano

L’accordo, che ha permesso il lancio in orbita di questa selezione di oli extravergini di oliva, ha lo scopo di sottolineare l’importanza del patrimonio agroalimentare italiano, valorizzare e sensibilizzare un asset nazionale strategico per l’export del Paese, oltre che promuovere i principi di una corretta alimentazione. Principi fondamentali anche in ambito spaziale, dove la corretta alimentazione degli astronauti è un tema importantissimo per la salute a bordo della Iss. Provati da numerosi studi scientifici gli effetti positivi sulla salute associati al consumo di olio extravergine d’oliva. Gli extravergini selezionati dalla Coldiretti e dall’Unaprol per il progetto sono accomunati da un alto contenuto in antiossidanti naturali, che sono essenziali per chi, come gli astronauti, è sottoposto a condizioni di intenso stress psico-fisico.

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Economia

Record per il prezzo del mais

È allarme per il record raggiunto dal prezzo del mais con l’Italia che è costretta ad importarne circa la metà del fabbisogno, il 47%, per quantitativo di oltre 6 milioni di tonnellate necessarie per l’alimentazione degli animali negli allevamenti, dove i ricavi per latte e carne non riescono più a coprire i costi. È quanto afferma la Coldiretti nel commentare il record del decennio alla borsa merci di Chicago raggiunto dalle quotazioni del mais che hanno superato gli 8 dollari per bushel (27,2 chili) che non toccava dal 2012.

Quotazioni record con incrementi dei costi del 57%

Gli allevatori italiani devono infatti affrontare già incrementi di costi pari al 57% secondo il Crea che evidenzia il rischio concreto di chiusura per una buona parte degli allevamenti italiani, che si trovano costretti a lavorare con prezzi alla stalla al di sotto dei costi di produzione. Il deficit nazionale peraltro non sarà colmato con le semine di primavera in Italia con un aumento stimato delle produzioni che riguarda la soia (+16%), il girasole (+5%) e solo marginalmente il mais (+1%) sulla base dell’analisi di Coldiretti sull’ultimo “Short term outlook” della Commissione UE che evidenzia peraltro che però complessivamente l’Europa nel suo complesso produce ben il 93% del mais di cui ha bisogno.

Principali fornitori di mais all’Italia

I principali fornitori di mais dell’Italia, oltre all’Ucraina (770 mila tonnellate), sono la Slovenia 13% (780 mila tonnellate) e l’Ungheria 30% (1,85 milioni di tonnellate) contro la quale si è da poco pronunciata la Commissione europea per evitare misure protezionistiche a danno del mercato interno europeo. Con una lettera firmata dai commissari Ue all’Agricoltura e al Mercato Interno viene l’Ungheria è stata infatti inviata a ritirare un decreto dichiarato di “dubbia conformità” e in violazione l’accordo sull’agricoltura del Wto.

Decreto con limiti alle esportazioni

Con il decreto erano infatti introdotti limiti alle esportazioni a danno di Paesi dell’Unione deficitari come l’Italia. «L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che hanno dovuto ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni», afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.