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La Cenerentola firmata Nureyev al Festival di Caracalla dal 1 al 4 luglio

Il balletto Cenerentola firmato da Rudolf Nureyev, che vedrà protagonista il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma diretto

da Eleonora Abbagnato, andrà in scena al Caracalla Festival 2023

dal 1 al 4 luglio nel Teatro Grande delle antiche terme romane.

Lo spettacolo sostituisce Strictly Gershwin a causa problemi di

salute del coreografo Derek Deane.

DAL 1 AL 4 LUGLIO AL POSTO DELLO SPETTACOLO STRICTLY GERSHWIN

La coreografia è ambientata nell’universo hollywoodiano degli Anni Trenta rivisitando la trama della celebre fiaba: una ragazza maltrattata e in fuga da un padre alcolizzato; la scoperta da parte di un grande produttore cinematografico capace di trasformare una zucca in una fiammante Rolls Royce; il debutto sul grande schermo e la conquista del cuore dell’attore principale.

Creata nel 1986 per l’Opéra di Parigi, questa rilettura in chiave moderna di una delle favole più popolari e amate, su musiche di Sergej Prokof’ev, è proposta per la prima volta dal Corpo di Ballo del Teatro capitolino.

“I meccanismi della storia di Perrault non sono cambiati – disse Nureyev -. Tutto il dramma di Cenerentola nasce dalla paura di veder crollare il suo sogno, che qui è diventato un sogno cinematografico.

Cenerentola è un personaggio del mondo di oggi, sogna sola una cosa: diventare una star”.

LA MUSICA DI PROKOFIEV SARA’ DIRETTA DA ALESSANDRO CADARIO

La musica di Prokof’ev sarà diretta dal giovane Alessandro Cadario, al debutto con l’orchestra del Lirico capitolino.
L’étoile Rebecca Bianchi sarà la protagonista. Michele Satriano il principe, Alessio Rezza il produttore cinematografico, Alessandra Amato e Susanna Salvi le due sorellastre, Claudio Cocino il maestro di danza. L’allestimento dell’Opéra National di Parigi è firmato da Petrika Ionesco per le scene e Hanae Mori per i costumi.

Le luci sono curate da Jean-Michel Désiré e i video da Igor Renzetti. Composto faticosamente tra il 1940 e il 1944, il balletto andò in scena al Teatro Bol’šoj di Mosca il 21 novembre 1945. Dopo la prima di sabato 1 luglio alle 21, lo spettacolo sarà replicato negli stessi orari domenica 2 e martedì 4 .

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La Casa di Bernarda Alba chiude la stagione del Teatro Belli

La Casa di Bernarda Alba chiude la stagione del Teatro Belli, dal 23 al 28 maggio, spettacolo di Federico Garcia Lorca adattato e diretto per la scena da Giuseppe Venetucci. Scritta nel 1936, alcuni mesi prima della morte dell’Autore, ucciso tragicamente dalle forze nazionaliste, agli esordi della Guerra Civile, fu rappresentata la prima volta a Buenos Aires nel 1945. La Prima Italiana è a Milano, al Teatro Nuovo, nel 1947.

La Casa di Bernarda Alba

Dopo la morte del secondo marito, Bernarda, madre tirannica e prepotente (il cui simbolo è il bastone che impone silenzio ed ordine), intima a sé e alle cinque figlie una reclusione severa ed un lutto rigoroso che si traducono per loro in un divieto ad uscire di casa e a cercare marito. Angustias, di tutte la più ricca, perché erede dei beni del padre, primo marito di Bernarda, è corteggiata da Pepe il Romano, bel giovane andaluso, che silenziosamente suscita, anche nelle sorelle, un profondo turbamento, soprattutto in Adela.

Relazione scoperta

I due hanno una relazione che una delle sorelle scoprirà e svelerà a tutti, dando così avvio alla tragedia. Attraverso le allusioni di un conversare apparentemente pacato si intuiscono i sentimenti e le rivalità che agitano le ragazze. Adela, la più giovane, piace a Pepe il Romano, che però, per interesse, corteggia Angustias. Maddalena manifesta la sua invidia con maligne insinuazioni, mentre Martirio sembra aver rinunciato all’amore; solo Amelia rivela umanità e comprensione.

La voce della drammatica fine

Con Bernarda vivono la vecchia madre demente Maria Josefa, la voce tragica che annuncerà la drammatica fine, un personaggio che rivela in poche battute una vitalità in netto contrasto con le nipoti e la governante Ponzia che, con la sua saggezza popolana, tenta inutilmente di far capire a Bernarda di aprire gli occhi e rendersi conto di quel che potrebbe accadere, ma in Bernarda ipocrisia e falsa apparenza, sono necessarie a mantenere la facciata.

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Francesco Tesei con “Thelepathy”al Teatro Olimpico

Francesco Tesei con il suo nuovo spettacolo “Thelepathy”, giovedì 25 maggio, al Teatro Olimpico di Roma. In quanto mentalista, Francesco Tesei ha sempre provato a “leggere il pensiero” delle persone, una capacità spesso descritta con la parola Telepatia. Il periodo che stiamo vivendo, però, ha imposto il concetto di distanziamento sociale come assoluta priorità. È quindi particolarmente importante, ed attuale, tornare al significato etimologico della parola: Tele-Pathos, che significa dal greco: “passione condivisa a distanza”.

Nuovo spettacolo di Francesco Tesei

Con questo nuovo spettacolo, figlio del momento che stiamo vivendo, il mentalista spera di accorciare le distanze tra le persone, tornando a giocare con interazioni fondate sulle parole ma anche su gesti, azioni, respiri e sorrisi. Per gettare la maschera, vivere emozioni reali e non virtuali, e costruire assieme alla partecipazione attiva del pubblico qualcosa che potremmo definire con un neologismo: telempatia. Nessun potere sovrannaturale o paranormale, dunque, ma solo il desiderio e il bisogno di ricominciare a condividere esperienze tipicamente umane, come la meraviglia e lo stupore, in maniera empatica.

Fragilità della condizione dell’uomo

In Telepathy, Tesei incarna la fragilità della condizione dell’uomo in relazione al contesto attuale, approcciando il tema in maniera trasversale ed allegorica attraverso continui riferimenti ad un personaggio fondamentale della drammaturgia: l’Amleto, riflesso e simbolo dell’incertezza di un’epoca altrettanto sospesa tra un “prima” e un “dopo”. Io potrei viver confinato in un guscio di noce, E tuttavia ritenermi signore d’uno spazio sconfinato. Come tutti noi, anche Amleto è smarrito e confuso. Anche impaurito, forse. Agli occhi degli altri personaggi Amleto sembra impazzito, ma solo perché l’uso sistematico e coraggioso del suo pensiero appartiene quasi completamente al domani, e per questo sembra rivolgersi a tutti noi.

Mondo fuori squadro

Soprattutto ai giovani del nostro presente, ai quali è affidato il compito di rimettere in sesto un mondo che è, come lo descriverebbe Amleto, Out of joint, cioè “fuori squadro”. Allo stesso modo, anche il mentalista deve trovare nuove risorse per ricominciare, dopo mesi di “isolamento” che sembrano aver messo a dura prova la sua stessa mente e il suo spirito. Appare infatti a tratti quasi delirante e dissennato, eppure, come dice Polonio riferendosi ad Amleto: “Sebbene questa sia pazzia, c’è però del metodo”.

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Cenerentola di Nureyev al Caracalla Festival

Cenerentola firmata da Nureyev al Caracalla Festival. Versione ambientata nell’universo hollywoodiano degli anni Trenta quella che il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, diretto da Eleonora Abbagnato, propone dal 1° al 4 luglio nel Teatro Grande delle antiche terme romane. Lo spettacolo sostituisce il previsto Strictly Gershwin, che non può andare in scena a causa di problemi di salute del coreografo Derek Deane. Gli anni Trenta voluti da Nureyev si accostano così type=’text/javascript’ idealmente agli anni Cinquanta della Dolce vita della regia della Traviata di Lorenzo Mariani, anch’essa nel cartellone del Caracalla Festival di quest’anno.

Cenerentola riletta in chiave moderna

Creata nel 1986 per l’Opéra di Parigi, questa rilettura in chiave moderna di una delle fiabe più popolari, su musiche di Sergej Prokof’ev, è proposta per la prima volta dal Corpo di Ballo del Teatro capitolino. Nel corso della sua storia, Cenerentola ha subìto vari adattamenti e Nureyev si è divertito a trasportare la trama di Cenerentola nell’universo hollywoodiano degli anni 30: scoperta da un produttore cinematografico, una fanciulla maltrattata, in fuga da un padre alcolizzato e da una matrigna odiosa, debutta sul grande schermo conquistando il cuore dell’attore principale.

Aveva detto Nureyev

«All’inizio temevo che la fiaba di Perrault sarebbe stata modificata abusivamente – aveva dichiarato Nureyev – ma i meccanismi della storia non sono cambiati. Tutto il dramma di Cenerentola nasce dalla paura di veder crollare il suo sogno, che qui è diventato un sogno cinematografico. Un sogno di un abito bianco, leggermente sfumato di rosa per rendere omaggio all’innocenza, e un tocco di glitter perché Cenerentola è un personaggio del mondo di oggi, sogna sola una cosa: diventare una star».

Musica affidata ad Alessandro Cadario

La musica di Sergej Prokof’ev è affidata alla bacchetta del giovane direttore Alessandro Cadario, al suo debutto con l’orchestra del Lirico capitolino. Spetterà a Rebecca Bianchi far rivivere in scena le emozioni e i sogni di Cenerentola. Michele Satriano sarà il suo principe, mentre Alessio Rezza il produttore cinematografico. Le due sorellastre Alessandra Amato e Susanna Salvi prenderanno lezioni di danza dal maestro Claudio Cocino. L’allestimento dell’Opéra National di Parigi è firmato da Petrika Ionesco per le scene e Hanae Mori per i costumi. Le luci sono curate da Jean-Michel Désiré e i video da Igor Renzetti. Dopo la prima di sabato 1° luglio, lo spettacolo sarà replicato domenica 2 e martedì 4. Tutti gli spettacoli inizieranno alle ore 21.

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Ultima finale di LAZIOSound il 25 maggio

Ultima finale della terza edizione di LAZIOSound, il programma della Regione Lazio a sostegno della musica under35, il 25 maggio alle 21 all’Alcaraz di Roma. Dopo le finali delle categorie Songwriting Heroes, Urban Icon, Jazzology, Borderless e I LOVE MOZART è il momento della finale per la categoria God is a producer. Special guest della serata i Capofortuna.

Ultima finale con ospiti i Capofortuna

Sul palco di Roma, gli ospiti speciali i Capofortuna che accompagneranno i finalisti Archivio Futuro, Fukinsei e RIP. A decretare il vincitore della categoria saranno Andrea Esu (Direttore Artistico Spring Attitude e manager) e Elena Colomba (producer internazionale). La categoria God is a producer offre uno sguardo completo sulle nuove leve e sui talenti del mondo della produzione. Un ambito sempre più in crescita, grazie anche all’apporto delle nuove tecnologie, che ha sempre più rilievo nel nostro paese e a livello internazionale.

Chi vince partecipa a Primavera Sound

In palio, per il vincitore della categoria, oltre a percorsi professionali di primo livello attraverso programmi e risorse dedicate alla promozione, alla produzione, alla consulenza manageriale e alla formazione, anche la partecipazione al Primavera Sound. Ospite d’eccezione i Capofortuna. Capofortuna è il trio composto da Rame dei Pastaboys, Ricky Cardelli e Crimson dei Funk Rimini. Quando uno dei maestri della House Music in Italia incontra i due migliori polistrumentisti della Riviera, nasce Capofortuna. La tradizione della house italiana, le sonorità italo-funk viaggiano verso un orizzonte contemporaneo fatto di groove caldi, analogici e seducenti.

Capofortuna: hardware valvolare

Hardware valvolare e musica suonata: Capofortuna in azione sono una cartolina dal passato spedita domani. Il trio si è esibito al Cocoricò, Kappa Future Festival, Movement, Dancity, Spring Attitude, FATFATFAT, Circolo Degli Illuminati e Goa di Roma, Tunnel di Milano per citare alcune delle date dei loro tour. I vincitori della terza edizione di LAZIOSound si esibiranno poi a luglio nella cornice del Castello di Santa Severa nel grande appuntamento annuale con LAZIOSound Festival.

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Francesco Benigno in “Butterfly – Il sopravvissuto” al Teatro Ghione il 23 maggio

Al Teatro Ghione di Roma, martedì 23 maggio, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci, Francesco Benigno, in Butterfly, il sopravvissuto, testo di Gianni Clementi, con

Maurizio Nicolosi, Tiziana Tumminello e Roberto Di Liberti.

Regia di Francesco Benigno.

“Con il termine “Hibakusha”, in Giappone, vennero identificati i sopravvissuti ai di Hiroshima e Nagasaki.

Molti sopravvissuti ai campi di sterminio della Germania nazista,

fra cui intellettuali come Primo Levi, Bruno Bettelheim, Tadeusz Borowski e Jean Améry, posero fine alla propria vita scegliendo il suicidio.

Molti sopravvissuti all’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 o al Bataclàn di Parigi del 2015 soffrono ancora oggi di disturbi mentali legati a quegli eventi.

NOTE DI REGIA

Gli individui che sopravvivono ad episodi traumatici gravi possono sperimentare un particolare senso di colpa: di essere sopravvissuti.

In psicologia tali disturbi vengono identificati come la “sindrome del sopravvissuto”. Di questa sindrome soffre probabilmente Saro, agente di scorta di un giudice, ucciso insieme ad altri agenti in un attentato. Scampato per caso alla strage, doveva essere lui alla guida dell’auto saltata in aria.

Il ricordo dell’ultimo incontro con i suoi amici-colleghi Lollo e Cecè, svoltosi proprio in un teatro, dove il “suo giudice”, un appassionato di lirica, aveva deciso di incontrare ed interrogare l’ennesimo pentito di mafia, perseguita Saro e lo porta a rivivere dei momenti fatti di confidenze e speranze. Lollo, divoratore di vita, tifoso del Palermo e scatenato ballerino, che vuole coinvolgere lo scontroso Saro.

Cecè, che sta per laurearsi in giurisprudenza e che vuole ripercorrere

la carriera del “suo giudice”. È proprio Cecè, quel giorno, a leggere

una strana notizia sul giornale: ‘Nel gennaio del 1992 numerosi container contenenti Friendly Floatees (animali di gomma galleggianti come castori rossi, rane verdi…), prodotti in Cina, partono da Hong Kong su una nave cargo (la Ever Laurel) diretta a Tacoma,

negli Stati Uniti, ma, durante una violenta tempesta nel nord del Pacifico, la nave perse tre container, che liberarono in acqua il proprio carico: 28.000 Floatees.

Dopo l’incidente, i giocattoli si divisero in tre gruppi: il primo andò

alla deriva verso l’Alaska, il secondo verso l’Oceania, mentre il terzo si sarebbe diretto verso il Cile’.

Una notizia strana che fa sorridere i tre amici e che alla fine dello spettacolo svelerà la propria funzione catartica.

C’è solo un letto nel palcoscenico vuoto del teatro, con delle coperte

da cui emerge Melina, la moglie di Saro, ad interrompere il dialogo, ironico e brillante, che si stanno scambiando i tre amici.

Lo spettacolo che indaga psicologie e dinamiche relazionali fatto da dialoghi brillanti, a volte drammatici, a volte duri e senza sconti,

proprio di ragazzi, che per scelta hanno deciso e intrapreso una

affatto scontata via della legalità e della giustizia, in una Sicilia esposta alla mafia degli anni ‘90, che si sposerà con le canzoni d’epoca,

la cronaca spicciola di quegli anni”.

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Arriva a Roma il 18 maggio “Tango. Historias de Astor” di Miguel Angel Zotto

“La mia famiglia era di Trani…”: è questo l’incipit, affidato alla

voce registrata di Astor Piazzolla, dello spettacolo “Tango.

Historias de Astor” con cui Miguel Ángel Zotto, leggenda vivente del tango, omaggia il musicista e compositore argentino di origine italiana Astor Pantaléon Piazzolla, nato a Mar Del Plata nel 1921 e morto a Buenos Aires nel 1992.

In scena per la stagione dell’Accademia Filarmonica Romana al

Teatro Olimpico di Roma, dal 18 al 21 maggio, lo spettacolo scritto, coreografato, diretto e danzato dall’argentino Miguel Ángel Zotto,

è la storia di Piazzolla, considerato universalmente il padre del tango moderno.

Rappresentato per la prima volta a Trani nel 2021, in occasione

del centenario della nascita del musicista, “Tango. Historias de Astor” arriva a Roma in una nuova versione che ha debuttato a Bologna lo scorso febbraio.

AL TEATRO OLIMPICO DAL 18 MAGGIO, UN OMAGGIO AD ASTOR PIAZZOLLA

“Ho conosciuto Astor Piazzolla nel 1989 a Parigi. Portavo in scena un mio spettacolo a Parigi e lui mi avvicinò tramite un amico comune, José Pons, per complimentarsi con me” ha ricordato Zotto che considera Piazzolla il suo nume tutelare. La stima per il lavoro di Zotto fu tale

che Piazzolla gli affidò le coreografie dell’allestimento di Broadway di María de Buenos Aires, opera-tango su libretto di Horacio Ferrer. Quest’ultimo, in una lettera custodita gelosamente dal ballerino, lo descrive come “il più grande rivoluzionario dell’epoca attuale della storia del tango”.

Insieme alla vita di Astor Piazzolla, Zotto porterà in scena la storia di un genere musicale e di un ballo che è l’essenza stessa dell’Argentina.

A guidare la narrazione dello spettacolo sarà un angelo, identificato come l’angelo del tango, cui Astor racconta la sua vita dall’infanzia all’incontro con il tango, dalle orchestre in cui suonò alla direzione dell’Orchestra Fiorentina alla messa in scena di María de Buenos Aires.

In una scena essenziale, cadenzata da immagini d’epoca della vita

di Piazzolla che scorreranno su un videowall, Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, compagni di tango e di vita, danzeranno insieme

ad altre quattro coppie di ballerini della Compagnia TangoX2 (oltre trent’anni di attività a livello internazionale) e della Zotto Tango Academy, la scuola milanese in cui il tanguero insegna la sua arte.

Sul palco anche i cantanti Jessica Lorusso (anche attrice) e

Carlos Habiague, e i musicisti dell’orchestra Tango Sonos. Al tradizionale bandoneón si uniranno un pianoforte, un contrabbasso e un violino, che eseguiranno dal vivo i brani, tutti firmati da Astor Piazzolla. Tra quelli più celebri, da Triunfal a Libertango, da Milonga del Angel a Quejas de bandoneón, fino alla commovente Adiós Nonino, scritta per la morte del padre Vicente Piazzolla, sarà una cavalcata attraverso il miglior repertorio del compositore argentino che dal tango nato nei barrios di Buenos Aires seppe distillare uno suono moderno e originale, dove la tradizione si combina con l’avanguardia colta.

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Dal 18 maggio “Preferirei di no” al Teatro Manzoni di Roma

Un rapporto tra madre e figlia, ma non un conflitto generazionale, quanto piuttosto uno scontro di idee e moralità.

È “Preferirei di no”, commedia nata dalla penna di Antonia Brancati

in scena al Teatro Manzoni di Roma da giovedì 18 maggio a domenica 4 giugno, interpretata da Ivana Monti e Maria Cristina Gionta.

La regia è di Silvio Giordani e le musiche dello spettacolo sono interamente eseguite dal vivo dal grande sassofonista Vittorio Cuculo.

In una casa isolata di campagna, una madre e una figlia si rivedono dopo molti anni, all’inizio stentano persino a riconoscersi. La figlia, manager cinica e pragmatica, la madre stravagante e inselvatichita da una esistenza solitaria lontana dalla città.

Tra le due donne molti conflitti irrisolti, centrati soprattutto sulla figura del rispettivo padre e marito. Scopo della visita di Diana, la figlia, è ottenere dalla madre un’intervista con foto a conferma di una vita familiare idilliaca per favorire l’elezione politica del padre.

Ma Teresa non è la scorbutica donna di campagna che sembra.

È colta, indipendente, schietta fino alla durezza, ma dotata di un sottile senso dell’umorismo. Dall’ostinato, comico rifiuto, dall’incalzante, irresistibile scontro tra le due donne emergerà la verità.

DI ANTONIA BRANCATI, CON IVANA MONTI E MARIA CRISTINA GIONTA

“Preferirei di no nasce nel 1994 – ha raccontato l’autrice Antonia Brancati – era l’epoca di tangentopoli, del “così fan tutti”, della sconfitta dell’idealismo, del prevalere della rassegnazione o del pragmatismo ed io volevo scrivere di una donna che fosse – come siamo, o, almeno, come dovremmo essere – migliore degli uomini. La casa di campagna in cui la mia protagonista cucina maniacalmente e si occupa del bucato vuole essere in realtà una torre d’avorio in cui – per dirla con le parole di mio padre – l’aria di un secolo si condensa meglio che in un ufficio pubblico. Quello della madre è un grande ruolo per una attrice matura, e nel 1995 mia madre lo ha voluto interpretare. Sono orgogliosa che la grande attrice spagnola Julia Gutierrez Caba abbia scelto questo mio testo per festeggiare i suoi 50 anni di teatro nel 1998 e sono adesso felice che un’attrice come Ivana abbia deciso di farlo rivivere”.

LE PAROLE DEL REGISTA SILVIO GIORDANI

“Preferirei di no – ha spiegato il regista Silvio Giordani – è un interessante duello psicologico con un finale a sorpresa. Teresa si è nascosta da se stessa fuggendo dal passato e dal riflesso abbagliante di una vita politica accanto al marito senatore. Quel passato che l’ha distrutta ritorna quando nella sua casa di campagna irrompe Diana a sconvolgere fragili equilibri faticosamente costruiti. Delicato, intenso, ironico e graffiante, il testo – continua Giordani – conserva sempre una vena di sottile umorismo ed è una spietata analisi dei compromessi e delle feroci regole del gioco della politica”. Preferirei di no è una produzione del Centro Teatrale Artigiano diretto da Pietro Longhi. Le scene sono di Mario Amodio, le luci di Marco Macrini, i costumi di Lucia Mariani.

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All’Ambra Jovinelli dal 17 maggio Filippo Timi e Lucia Mascino in Promenade De Santè

Tornano sul palco dell’Ambra Jovinelli Filippo Timi e Lucia Mascino con il debutto teatrale del regista cinematografico Giuseppe Piccioni (tra i suoi film Il rosso e il blu, Questi giorni, Fuori dal mondo).

DAL 17 AL 28 MAGGIO ALL’AMBRA JOVINELLI DI ROMA

In scena una storia d’amore: l’uno narcisista, ossessivo, l’altra psicotica, paranoica, schizofrenica. Entrambi malati e a caccia loro malgrado, di eros e amore, si cercano, si fuggono, sempre palpitano. Duettano per scavare nelle debolezze e paure danzando un “passo a due” di una verità̀ penetrante e di una vitalità̀ travolgente.

NOTE DI REGIA

È da qualche anno che penso a un mio debutto nel teatro di prosa.

Per lungo tempo, grazie all’aiuto di Monica Capuani, mi sono messo a cercare un testo tra i nuovi drammaturghi in Europa per sottrarmi al richiamo rituale dei classici.

Ho scelto Promenade de santé (Passeggiata di salute) di Nicolas Bedos per molti motivi. Il primo perché è un testo complesso, pieno di insidie e di possibili chiavi di lettura. Abbastanza aperto per poterne proporre una rappresentazione personale e l’ideale per un regista come me che ama lavorare con gli attori, che vede nel lavoro degli attori e con gli attori il cuore della propria ricerca, così come ho cercato di evidenziare nella mia esperienza cinematografica. Almeno finora. Per questo ho scelto Lucia e Filippo con cui avevo già condiviso l’avventura di un film.

Per il loro talento e per il sollievo che mi procura lavorare con attori così appassionati, privi di calcoli, sempre pronti a rischiare qualcosa per cercare, sulla scena, un momento di verità.

Un altro motivo che mi ha portato a questa scelta è quello di evitare, proprio nella cosiddetta seconda fase della pandemia, di infilarmi in temi che avessero direttamente a che fare con l’attualità, di fuggire cioè la tentazione di parlare della terribile esperienza che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi e, nello stesso tempo, rilanciare un’idea di contagio ben diversa, quella appunto del contagio amoroso, di una malattia necessaria che da sempre, ostinatamente cerchiamo di rinnovare, nonostante le controindicazioni, le conseguenze, sempre incapaci di giungere ad una immunità che ci ponga definitivamente al riparo da possibili sofferenze.

Che senso ha parlare d’amore nell’era post covid? Beh per me significa tornare a parlare di vita. Dopo la guerra in Jugoslavia si facevano solo spettacoli che parlavano di quella guerra appunto. Qualcuno disse che bisognava invece mettere in scena le commedie di Marivaux.

Però, per qualche strana ragione, l’illusione che in quella ripartenza la pandemia potesse essere soltanto un brutto ricordo da lasciare alle nostre spalle, ha contribuito felicemente non solo alla messa in scena, ma anche a un imprevedibile flusso di energie creative, e ha nutrito un desiderio, condiviso con gli attori. Non volevamo fare semplicemente uno spettacolo.

C’era l’urgenza e la responsabilità di tornare a fare qualcosa davanti a un pubblico, per quanto limitato dalle restrizioni che sappiamo. Il desiderio, appunto, di manifestarci in modo non rituale, di assecondare quella nuova energia e di trasferirla sulla scena.

E poi ci sono Velia Papa e Marche Teatro, e l’occasione, cercata da tempo, di lavorare insieme.

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Niccolò Fabi “Meno per meno Tour 2023” il 21 maggio a Roma

Dopo aver celebrato i 25 anni di carriera con un unico evento per il 2022 all’Arena di Verona, Niccolò Fabi tornerà in tour nei principali teatri italiani nel 2023 per la prima volta insieme all’orchestra. 

Sul palco dell’Auditorium Parco della Musica il cantautore romano presenterà “Meno per meno”, un viaggio sonoro tra passato e presente fuori per BMG che contiene anche i nuovi singoli “Andare Oltre” e “Di Aratro e di Arena”. 

NICCOLO’ FABI LIVE IL 21 MAGGIO ALL’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA DI ROMA

Dal 1997 ad oggi, Niccolò Fabi ha costruito un percorso incentrato

sulla ricerca della libertà espressiva, restando sempre fedele al

richiamo artistico e all’urgenza creativa. La sua carriera testimonia l’evoluzione di un uomo e di un artista che ha deciso di immergersi nelle canzoni, portandole alla loro essenza, senza smettere mai di sperimentare e ricercare nuove sonorità.

Con più di 90 canzoni, 9 dischi in studio, 2 raccolte ufficiali,

1 progetto sperimentale come produttore, 1 disco di inediti con la

super band Fabi Silvestri Gazzè, 2 Targhe Tenco per Miglior disco

in assoluto, dopo 25 anni di musica Niccolò Fabi oggi è considerato

uno dei più importanti cantautori italiani.

Nel suo percorso artistico tanta musica, tanta sperimentazione e un avvicinamento sempre più evidente a un sound d’oltreoceano.