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Ricerca della Sapienza sul Lipopolisaccaride

Ricerca della Sapienza sul Lipopolisaccaride, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Reviews-Cardiology. Un nuovo capo d’accusa pesa sull’intestino che finisce sul banco degli imputati come ulteriore fattore di rischio cardiovascolare: il Lipopolisaccaride (LPS). Una endotossina della parete dei batteri intestinali, che può raggiungere i vasi arteriosi provocando infiammazione e trombosi.

Ricerca pubblicata sulla rivista Nature Reviews-Cardiology

A rivelarlo una serie di ricerche effettuate da un team della Sapienza, coordinato dal professore emerito Francesco Violi, e pubblicate su Nature Reviews-Cardiology. Questi risultati consentono di compiere passi in avanti nella conoscenza dei fattori che infiammano le arterie e favoriscono l’insorgenza dell’infarto. Lo studio ha messo in evidenza che, per motivi legati a un disturbo funzionale della parete intestinale, la lipopolissaccaride (LPS) può attraversare la parete stessa e raggiungere le arterie favorendone l’infiammazione fino alla trombosi.

I risultati della ricerca

I risultati hanno dimostrato che la LPS è presente nelle arterie carotidee affette da grave danno aterosclerotico in soggetti ad alto rischio di ictus, e nei trombi prelevati dalle coronarie di pazienti che erano andati incontro a un infarto del miocardio. Infine, in più di 900 pazienti a rischio di eventi cardiovascolari, i ricercatori hanno stabilito che la misurazione nel sangue di LPS permetteva di individuare i pazienti a maggiore rischio di infarto e di ictus, fornendo un nuovo strumento per studiare l’arteriosclerosi e le sue gravi complicanze cardiovascolari. L’insieme di questi dati include l’intestino tra i fattori di rischio cardiovascolari e suggerisce che, abbassando la permeabilità intestinale, è possibile ridurre il pericolo di malattie cardiovascolari.

Cause dell’aumento della LPS

Nella ricerca sono messe a fuoco le principali cause che possono portare all’aumento della permeabilità intestinale, e quindi all’aumento di LPS nel sangue, come una dieta particolarmente grassa, l’alcool, l’uso prolungato di anti-infiammatori, le infezioni e l’infiammazione sistemica, nonché l’età avanzata. «I rimedi futuri – spiega Francesco Violi – sono da ricercarsi innanzitutto in una adeguata profilassi, favorendo la dieta mediterranea e riducendo l’assunzione di alcool. Alcuni nutrienti come legumi ed olio extra vergine di oliva hanno un effetto protettivo in quanto aumentano le specie batteriche “buone” e la permeabilità intestinale». I principali sviluppi di queste ricerche si muovono in due direzioni: la pubblicazione a breve dei risultati di un antibiotico intestinale locale, attualmente in sperimentazione, e gli studi sulle potenziali modalità di detossificazione della LPS.

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Articolo a firma di docenti dalla Sapienza sull’origine evolutiva di Homo sapiens

Un articolo, a firma di docenti dalla Sapienza e dell’Università di Padova, e pubblicato sulla rivista Evolutionary Anthropology, si inserisce nell’attuale dibattito sull’origine evolutiva di Homo sapiens. Le ipotesi sull’origine di Homo sapiens sono sempre di grande interesse. L’ultimo significativo contributo al tema è fornito dall’articolo Pan‐Africanism vs. single‐origin of Homo sapiens: putting the debate in the light of evolutionary biology, pubblicato sulla rivista Evolutionary Anthropology, a firma di Giorgio Manzi, paleoantropologo del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, e di due docenti dell’università di Padova, la filosofa della scienza Andra Meneganzin e lo storico e filosofo della biologia Telmo Pievani.

Articolo prende in esame le due ipotesi oggi più accreditate

Gli autori prendono in esame le due ipotesi oggi più accreditate, analizzando le linee di evidenza a supporto dei modelli in discussione e mettendo in risalto alcuni limiti inferenziali e malintesi terminologici ricorrenti nell’attuale dibattito internazionale. Superate le teorie degli anni Ottanta sulle origini diffuse della specie umana moderna, oggi si contrappongono due visioni.

Prima ipotesi

La prima, che si basa sulle evidenze fossili e su dati genetici, indica che le origini di Homo sapiens sarebbero da ricercare in una popolazione isolata dell’Africa orientale di oltre 200.000 anni fa.

Seconda ipotesi

La seconda, denominata “pan-africana”, suggerisce che la combinazione di caratteri tipici della nostra specie sarebbe stata acquisita in diverse popolazioni diffuse su un vasto territorio, compreso tra il Marocco e il Sudafrica; dall’influenza delle relazioni genetiche e culturali costituite da queste popolazioni, in tempi più remoti di quelli ipotizzati precedentemente (risalenti a più di 300.000 anni fa), sarebbero emerse le caratteristiche dell’Homo Sapiens della specie.

Le analisi degli autori Manzi, Meneganzin e Pievani

Giorgio Manzi, Andra Meneganzin e Telmo Pievani riconoscono la speciazione in popolazioni isolate come la modalità privilegiata per l’origine di un nuovo modello biologico, in particolare durante le fasi di marcata instabilità ambientale come quella che si ebbe intorno a 200.000 anni fa, periodo al quale sono riferiti i più antichi crani umani di forma globulare provenienti dall’Africa orientale (Etiopia). Il loro ragionamento si basa su una caratteristica umana cruciale: l’acquisizione di una scatola cranica di forma globulare; caratteristica che sarebbe il risultato di un evento “puntuato” di speciazione a partire da una piccola popolazione isolata.

Articolo: i suggerimenti dello studio

Lo studio suggerisce, così, che questo contributo fondamentale potrebbe essere emerso da una singola popolazione, nonostante si riconosca che il modello pan-africano descrive bene la diversificazione a mosaico delle popolazioni umane arcaiche del tardo Pleistocene Medio. «Nulla esclude – spiega Giorgio Manzi – che ci possa essere stato, sia prima che dopo, un intenso flusso genico fra le popolazioni africane: a livello intraspecifico, prima della speciazione, e interspecifico, dopo la speciazione, in modo simile alle ibridazioni che si verificarono successivamente in Eurasia con i Neanderthal e i Denisova. Basta ammettere che questo possa essere avvenuto anche in Africa, tra le prime popolazioni della nuova specie (Homo sapiens) e quelle della specie madre (Homo heidelbergensis)».

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Merende scientifiche al Giardino del Diamante di Roma

Merende scientifiche al Giardino del Diamante di Roma. Si inizia il venerdì 9 e per i due successivi, 16 e 23 settembre, al Giardino del Diamante. Il giardino, nel cuore del quartiere Pinciano, negli ultimi tempi riqualificato grazie all’intervento di associazioni e cittadini, si mette a disposizione come location per merende scientifiche a base di laboratori didattici e osservazioni astronomiche.

Merende che anticipano la Settimana della Scienza di domenica 25

Un percorso di avvicinamento all’evento di lancio che aprirà la Settimana della Scienza fissato per domenica 25 e che proprio qui verrà ospitato. Divulgatori e ricercatori inizieranno a “scaldare il palco” con tre appuntamenti imperdibili. Il 9 settembre sarà la giornata dedicata al freddo: gli esperti dell’Associazione giovanile “Le Scie Fisiche” mostreranno le incredibili proprietà dell’azoto liquido.

Animali da favola

Il 16 settembre si andrà alla scoperta degli “Animali da Favola” insieme agli scienziati e alle scienziate della natura di G.Eco. A seguire ci sarà lo spettacolo scientifico “Zoologi Vs. cartoni animati”, in cui il biologo e divulgatore scientifico, Graziano Ciocca, elencherà e sfaterà tantissimi “errori bestiali” presenti nei cartoni animati.

AstronomiAmo

La serata del 23 settembre è dedicata al cielo di Roma, con osservazioni astronomiche per tutti, in compagnia dell’Associazione “AstronomiAmo”. Nel corso delle tre date sarà possibile consumare merende, aperitivi o cene (a seconda dell’orario), a cura de “Il Gioiellino”. Le attività sono a ingresso libero, ma è obbligatoria la prenotazione.

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Studio su Giove coordinato dalla Sapienza di Roma

Studio su Giove, grazie alle misurazioni della sonda spaziale Juno della NASA, coordinato dalla Sapienza di Roma. Giove è un pianeta gassoso e le sue masse interne possono muoversi, generando oscillazioni simili per certi versi alle onde marine e ai terremoti terrestri. Questi spostamenti di masse provocano piccole variazioni della gravità del pianeta.

Studio coordinato dall’ingegnere Daniele Durante de La Sapienza

Il nuovo studio, coordinato da Daniele Durante del Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale della Sapienza, ha rivelato come il campo di gravità di Giove sia perturbato dalle oscillazioni interne, ovvero vere e proprie onde che si propagano da una parte all’altra del pianeta. In particolare, gli strumenti altamente sensibili della sonda spaziale in orbita intorno al pianeta hanno permesso di misurare i periodi di oscillazione dei modi più energetici, che risultano dell’ordine dei 15 minuti e che generano onde di ampiezza compresa tra i 15 e gli 80 metri sulla superficie.

Risultati dello studio sulla rivista Nature Communications

I risultati della ricerca, realizzata da un team internazionale e finanziata in parte dall’Agenzia spaziale italiana, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications. La missione della sonda Juno, in orbita intorno a Giove dal 5 luglio 2016, ha come obiettivi principali lo studio dei processi di formazione della struttura interna, del campo magnetico e dell’atmosfera del pianeta. Giove, che da solo ha una massa due volte e mezzo maggiore rispetto a quella di tutti gli altri pianeti messi assieme, è composto quasi esclusivamente da idrogeno ed elio.

Interno di Giove non direttamente osservabile

Il suo interno non è direttamente osservabile e per comprenderne la struttura più profonda si ricorre a misurazioni accurate del campo gravitazionale, espressione della distribuzione delle masse interne del pianeta. «Circa ogni 52 giorni – spiega Daniele Durante, primo autore dello studio – la sonda Juno compie passaggi ravvicinati del pianeta, a circa 4,000 km dal limite delle nubi. A queste distanze Juno subisce piccole ma misurabili accelerazioni esercitate dalle oscillazioni interne del pianeta».

KaT cuore dell’esperimento

Lo strumento di radio scienza KaT (Ka-Band Translator, realizzato da Thales Alenia Space Italy e finanziato dall’Agenzia spaziale italiana), presente a bordo della sonda, è il cuore dell’esperimento di gravità che ha permesso di misurare le perturbazioni al campo gravitazionale causato dalle oscillazioni interne a Giove. Il KaT riceve e ritrasmette il segnale radio inviato da una speciale antenna di terra ubicata nel deserto della California, permettendo di misurare la velocità della sonda con precisioni di centesimi di millimetro al secondo e variazioni di gravità 60 milioni di volte più piccole della gravità terrestre.

Già arrivate importanti scoperte

Le misure di gravità effettuate da Juno avevano già portato ad altre importanti scoperte relative alla struttura interna del pianeta, tra cui la profondità dei forti venti est-ovest (con velocità fino a 360 km/h), che si spingono fino a circa 3,000 km al di sotto del livello delle nubi. Inoltre, le misure di gravità effettuate durante due sorvoli ravvicinati della Grande Macchia Rossa di Giove hanno permesso di determinarne per la prima volta la profondità, pari a circa 300 km, assai inferiore a quella dei venti est-ovest.

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Antenati dei Neanderthal scovati a Grotta Romanelli

Antenati dei Neanderthal scovati a Grotta Romanelli, grazie agli studi realizzati dall’Università La Sapienza, Università di Torino, Statale di Milano e Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (Igag) del Cnr. Le origini del sito preistorico di Grotta Romanelli in Puglia sono molto più antiche di quanto i ricercatori hanno ritenuto finora. Gli ultimi rilevamenti geologici e le attività di scavo infatti hanno permesso di ricostruire l’evoluzione della grotta, che ha iniziato a riempirsi molto tempo prima di quanto creduto finora, con modalità simili probabilmente a quelle di altre grotte del tratto di costa salentino in esame.

Antenati “scovati” e pubblicati su Nature-Scientific Reports

Uno studio realizzato da Sapienza, Università di Torino, Statale di Milano e Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), appena pubblicato sulla rivista Nature-Scientific Reports, dimostra che uomini e animali hanno iniziato a lasciare testimonianza della loro presenza nei sedimenti della grotta molto prima di quanto indicato dalle ricerche passate. Il sito Grotta Romanelli è un importante giacimento archeologico e fossilifero del Paleolitico italiano che rappresenta da oltre un secolo un riferimento internazionale per lo studio della preistoria.

Grotta situata sulla costa salentina

Situata in un’insenatura della costa salentina vicino a Castro (Lecce), la grotta conserva tracce di fasi differenti del passaggio dell’uomo preistorico attraverso numerosi reperti archeologici, paleontologici, sepolture umane, arte parietale e mobiliare. Le nuove scoperte cambiano notevolmente la ricostruzione dell’evoluzione geologica dell’area con implicazioni importanti anche per la storia delle variazioni del livello del mare e degli ecosistemi in questo settore del Mediterraneo.

Depositi risalgono a circa 350mila anni

«I depositi alla base della successione stratigrafica – spiega Pierluigi Pieruccini del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino e primo autore dello studio – sono riferibili a un ciclo sedimentario, risalente a circa 350mila anni, invece dei 125mila (Tirreniano) ritenuti finora». Nel complesso degli strati inferiori infatti sono stati messi in luce microfossili marini e livelli stalagmitici. Insieme a fossili di grandi mammiferi e strumenti in calcare, hanno permesso di attribuire i depositi a un periodo più antico del Tirreniano.

Datazioni realizzate con l’HISPEC di Taiwan

Datazioni realizzate in collaborazione con il laboratorio HISPEC di Taiwan. La presenza di umani in Italia molto prima che comparissero i primi Homo sapiens è confermata.

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Regina Elena protagonista sulla rivista Molecular Cancer

Regina Elena protagonista sulla rivista Molecular Cancer, con un articolo a firma di alcuni ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori dell’ospedale romano, in cui è descritto l’utilizzo di organoidi, ossia cellule in coltura in tre dimensioni, per caratterizzare al meglio i meccanismi molecolari alla base del processo metastatico e per valutare l’efficacia di specifiche terapie innovative in casi di metastasi derivate da carcinoma mammario. Il tumore al seno rappresenta il cancro più frequente nelle donne non solo in Italia. La malattia dà di frequente origine a metastasi, a partire da cellule del tumore primario che nel tempo diventano più aggressive e resistenti ai comuni trattamenti terapeutici, riuscendo ad insediarsi in molteplici organi del corpo.

Difficile predire l’insorgenza della metastasi

Attualmente è molto difficile predire l’insorgenza delle metastasi in pazienti con tumore al seno. Necessario quindi identificare marcatori prognostici della malattia metastatica e caratterizzarli al fine di sviluppare nuove ed efficaci strategie terapeutiche. «Con l’articolo appena pubblicato – evidenzia Giovanni Blandino, coordinatore dello studio e Direttore dell’Unità di Ricerca Traslazionale Oncologica dell’IRE Regina Elena – è utilizzato un nuovo modello sperimentale, costituito da organoidi, ossia cellule isolate da lesioni metastatiche di tumore al seno e cresciute in laboratorio in tre dimensioni e in condizioni di coltura che mimano quelle del tumore di origine.

Differente da altri sistemi sperimentali

A differenza di altri sistemi sperimentali, come le cellule in coltura in singolo strato o gli animali di laboratorio in cui è stato trapiantato una parte di un tumore, gli organoidi sembrano mantenere le proprietà morfologiche e genetiche del tumore da cui originano. Si tratta di un notevole vantaggio per l’affidabilità della sperimentazione. Anche per questo gli organoidi possono essere per certi aspetti considerati come una sorta di avatar tridimensionale di ciascuna paziente, oltre a essere strumenti molto utili per la caratterizzazione di ciascun tumore». L’obiettivo principale dello studio è stato di determinare le condizioni di coltura ottimali per l’allestimento degli organoidi da lesioni metastatiche di tumore al seno e derivate da diversi siti, quali cervello, colonna vertebrale, polmone e cute.

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Quando la leucemia era un male incurabile

Quando la leucemia era un male incurabile. Robin Foà e Sabina Chiaretti della Sapienza, hanno ripercorso le tappe fondamentali della ricerca su New England Journal of Medicine. Passati quasi vent’anni da quando in Italia fu sperimentata per la prima volta una sostanza, l’imatinib, appartenente a una nuova classe di farmaci antitumorali mirati. Questo in pazienti con leucemia acuta linfoblastica (LAL), associata a un’alterazione del cromosoma Philadelphia (LAL Ph+) per il trattamento iniziale di questi pazienti.

Approccio terapeutico rivoluzionario

Poiché era un approccio terapeutico rivoluzionario, i medici arruolarono per questa sperimentazione solo pazienti anziani, di oltre 60 anni, per molti dei quali erano offerte esclusivamente terapie palliative. Dopo il trattamento con una combinazione di imatinib, inibitore delle tirosin-chinasi (TKI) e steroide, tutti i pazienti ottennero una remissione della malattia. Da allora questa strategia terapeutica iniziale basata solo su un TKI (più lo steroide) ha permesso di ottenere percentuali di risposta nel 94-100% dei pazienti adulti di tutte le età con LAL Ph+, senza ricorrere a chemioterapia sistemica (solo profilassi del sistema nervoso centrale) e con bassissima tossicità per i pazienti.

Ricerca coordinata da Robin Foà

Negli anni la ricerca del gruppo coordinato da Robin Foà (Professore Emerito di Ematologia della Sapienza) è andata avanti con l’obiettivo di arrivare alla guarigione dei pazienti affetti da questa patologia ematologica. Per questo motivo la prestigiosa rivista New England Journal of Medicine ha chiesto al Professor Foà di descrivere i risultati più importanti raggiunti e pubblicati in questo ventennio sulla LAL Ph+ e come sia cambiata la storia naturale di questa malattia, una volta considerata la neoplasia ematologica più infausta.

Ripercorse le tappe fondamentali del successo italiano

La review “Philadelphia Chromosome–Positive Acute Lymphoblastic Leukemia”, pubblicata il 23 giugno scorso, ripercorre appunto le tappe fondamentali di questo successo tutto italiano della ricerca medica. Dopo la prima sperimentazione dell’imatinib in pazienti con LAL Ph+, si è progressivamente compreso che, per evitare una recidiva di malattia e migliorare le possibilità di guarigione, non bastasse una remissione ematologica, ma fosse essenziale ottenere uno stato di negatività della malattia residua minima (MRD, minimal residual disease).

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Al Planetario di Roma la “prima luce” del James Webb Space Telescope

Al Planetario di Roma la “prima luce” del James Webb Space Telescope, telescopio orbitante che di occhi ne ha uno solo, ma composto di 18 segmenti esagonali e ampio 6,5 metri sarà pubblicata martedì 12 luglio. L’evento annunciato in diretta mondiale da NASA ed ESA, le agenzie spaziali che, assieme all’Agenzia Spaziale Canadese, hanno progettato e lanciato il telescopio. Il primo pacchetto di dati scientifici ottenuti dal nuovo telescopio sarà rilanciato in ogni parte del pianeta nel corso di numerosi eventi realizzati appositamente e coordinati dall’ufficio per il public outreach dell’ESA.

Planetario tra le sedi selezionate dall’ESA per ospitare eventi speciali

Il Planetario di Roma è fra le sedi selezionate dall’Agenzia Spaziale Europea per ospitare uno degli eventi speciali che mostreranno al pubblico le prime immagini del nuovo telescopio spaziale. Un riconoscimento prestigioso alla sua rinnovata attività, che arriva a poco più di due mesi dalla riapertura e riporta il Planetario della Capitale sulla scena internazionale. Il pubblico interessato a scoprire in diretta, assieme agli astronomi del Planetario, le prime osservazioni del James Webb Space Telescope, è invitato martedì 12 luglio alle ore 16 al Planetario per l’evento speciale e gratuito “Appuntamento al Buio per la Prima Luce del Telescopio Spaziale James Webb”, promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina i Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Appuntamento al “buio” domani alle 16

Non si sa nulla del contenuto di queste attesissime immagini. I corpi celesti inquadrati sono stati accuratamente scelti da un comitato internazionale per offrire un assaggio delle enormi potenzialità scientifiche del telescopio. Ma le immagini sono poste sotto uno strettissimo embargo proprio fino alla data della pubblicazione: tutto il mondo, astronomi compresi, le vedrà per la prima volta solo in quel momento. Perciò questo evento sarà un vero e proprio “appuntamento al buio” con la scienza: una grande sorpresa per tutti, scienziati e pubblico, di sicuro impatto sia sul piano scientifico che su quello estetico ed emotivo.

La missione del James Webb Space Telescope

Gli astronomi del Planetario ricostruiranno il contesto scientifico in cui nasce la missione del James Webb Space Telescope, con particolare riferimento ad altre storiche prime luci di importanti telescopi e al passaggio di testimone fra il veterano Hubble Space Telescope e il suo erede, al debutto sul palcoscenico della grande scienza. All’evento parteciperanno ospiti prestigiosi: Massimo Stiavelli, astronomo dell’ESA allo Space Telescope Science Institute di Baltimora e capo della missione scientifica di JWST che ha concesso un’intervista esclusiva; l’astrofisico Mario Gennaro, responsabile della messa in funzione della camera infrarossa del telescopio, che interverrà in collegamento remoto dallo STScI di Baltimora durante lo svelamento delle immagini; Adriano Fontana, dirigente di ricerca dell’INAF all’Osservatorio Astronomico di Roma che parteciperà in presenza al commento “a caldo” delle nuove immagini.

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Al Gemelli una nuova generazione di simulatori Simbodies

Al Gemelli Training Center una nuova generazione di simulatori Simbodies della Accurate, per l’apprendimento di manovre e procedure chirurgiche in situazioni molto simili alla realtà (anche delle emergenze), per apprendere in sicurezza manovre mediche, rianimatorie e chirurgiche, anche in condizioni a elevato impatto emotivo). L’obiettivo è formare i giovani medici in maniera sempre più moderna ed efficace, tenendo conto sia dell’emotività che bisogna imparare a gestire in situazioni emergenziali, sia dell’importanza del saper lavorare ‘in squadra’.

Al Gemelli Training Center, dal piccolo schermo anche Luca Argentero

All’evento, condotto dal professor Raffaele Landolfi, direttore del Gemelli Training Center di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, presente anche uno dei dottori più amati del piccolo schermo, Luca Argentero, protagonista della fiction di successo ‘Doc, nelle tue mani’ trasmesso da Rai 1. «Studenti e specializzandi – spiega il professor Raffaele Landolfi – devono avere solide conoscenze teoriche ma, prima di applicarle al paziente, devono imparare delle tecniche appropriate, devono cioè ‘saper fare’, anche in condizioni difficili.

Simulatore per preservare il paziente da possibili errori

L’apprendimento di quello che noi chiamiamo ‘capacità pratiche’ oggi, a differenza del passato, si può acquisire su un simulatore, in modo da preservare il paziente da possibili errori o manovre non strettamente necessarie. Oggi è possibile sperimentare su un simulatore, fino ad apprenderla nei minimi dettagli, una tecnica chirurgica, una ‘manovra’ ostetrica o da rianimatore, prima di eseguirla su un paziente in carne ed ossa. Al Gemelli utilizziamo da tempo dei ‘manichini’, per l’apprendimento pratico di una serie di manovre.

Applicazioni di simulazione avanzate

Ma la straordinaria novità che presentiamo oggi è l’applicazione di queste tecniche in contesti di simulazione avanzatissima, che consentono l’apprendimento in condizioni difficili, emergenziali, come in caso di traumi, di incidenti stradali o di catastrofi naturali e non (incendio in ospedale, amputazioni d’emergenza), lavorando in squadra con altre persone. Condizioni che mettono alla prova la tenuta psicologica e l’efficienza del lavoro del medico in condizioni ‘difficili’ insomma. Manichini iperrealistici sui quali lavorare con la realtà virtuale, attraverso degli appostiti ‘occhiali’, per realizzare esperienze immersive di grande impatto, che danno la sensazione di trovarsi a operare un paziente vero». All’evento di presentazione ha preso parte Luca Argentero, l’amato protagonista di ‘Doc, nelle tue mani’. «Non è escluso – scherza il professor Landolfi, che è anche consulente scientifico della fortunata serie televisiva – che anche gli attori protagonisti di Doc possano esercitarsi con manichini e tecniche di simulazione in realtà virtuale!».

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LÀ FUORI – Festival della Scienza e dell’Arte a Villa Lazzaraoni

LÀ FUORI – Festival della Scienza e dell’Arte a Villa Lazzaraoni. Una tre giorni di appuntamenti gratuiti per il pubblico di ogni età che uniscono scoperta, divertimento, emozione, musica e sperimentazione. Tra gli ospiti l’astrofisico Amedeo Balbi, l’attrice Federica Rosellini (già in scena con Solaris), lo studioso di buchi neri Gabriele Ghisellini, l’attore e Maestro Roberto Herlitzka, il jazzista (e chimico) Umberto Petrin. “Il mistero è l’emozione fondamentale che sta alle sorgenti della vera arte e della vera scienza” pare usasse dire Albert Einstein.

Prima edizione di LÀ FUORI

Ed è proprio questo spirito che anima la prima edizione di LÀ FUORI – FESTIVAL DELLA SCIENZA E DELL’ARTE, che da venerdì 10 a domenica 12 giugno accompagnerà i visitatori e gli spettatori di ogni età tra gli spazi di Villa Lazzaroni a Roma (Via Appia Nuova 522) in un viaggio alla scoperta della bellezza, dalla musica e il teatro agli affascinanti misteri del cosmo, dal buio alla luce, dall’immensamente piccolo all’infinitamente lontano da noi.

Avvicinare i bambini al pensiero scientifico

Il Festival è l’ideale proseguimento di un progetto promosso dall’Associazione Insiemi di Scienza nato nelle scuole della periferia di Roma sud-est, un percorso per avvicinare bambine e bambine tra gli 8 ai 12 anni al pensiero scientifico tra STEM, teatro e musica. «In un momento in cui il sapere scientifico svolge un ruolo fondamentale nelle nostre vite, ma in cui troppo spesso viene percepito come una conoscenza di nicchia e per un’élite di persone, abbiamo voluto immaginare delle iniziative che potessero mostrare il profondo legame che unisce scienza e arte, lavorando in particolare nelle periferie» spiegano Edwige Pezzulli e Matteo Alparone dell’Associazione Insiemi di Scienza.

La scienza non deve essere per pochi

«Nei mesi scorsi la sperimentazione attraverso i laboratori e gli incontri ha permesso ai più piccoli di scoprire che la scienza è qualcosa di accessibile, che aiuta a comprendere il mondo, che può regalare meraviglie tanto quanto l’arte. La scienza non deve essere “per pochi”: vogliamo mostrare come ci si possa “sporcare le mani”, testare, sbagliare perché l’errore è parte integrante del processo scientifico, così come la creatività, l’invenzione, la ricerca. Dopo questa straordinaria esperienza nelle scuole, abbiamo voluto però pensare più in grande, immaginando una tre giorni aperta a chiunque abbia voglia di conoscere e sperimentare, senza limiti di età, incontrando scienziati, attori, musicisti ed esperti che abbiano voglia di “giocare” con il pubblico e di trasmettere tutta la bellezza di questi mondi apparentemente così diversi ma così intrinsecamente legati tra loro».